Sedurre ancora, solo per uccidere ancora?

A diciotto mesi il παίς, il bambino non dà più segni di «giubilo» dinanzi allo specchio. D’un tratto, pare che egli non «trionfi» più sull’immagine che ha di fronte, che anzi si trovi lui a esserne «dominato».
Ora, il bambino non cerca più il «confronto» – perlomeno non lo cerca più col piglio e l’entusiasmo d’una volta.
Ed eccolo «cadere», piccolo Apollo, dallo zenit della sua «eccitante» visione giù nell’oscura Caverna – di cui l’antro di Cuma è, nell’Eneide, solo una delle innumerevoli varianti mitologiche.
Eccolo, il guaglione ormai non è che un ex-dio – tutt’al più, come nel caso di Enea, è figlio di una dea, figlio di quell’afrodisiaco veleno che è il miele, più o meno tossico, di ogni «seduzione».

Enea in fuga
Enea in fuga da Troia

Il bambino è stato «sedotto» dalla sua sfinge!
Ecco cos’è accaduto! il guaglione è stato sedotto, quando la sua sfinge faceva ancora «scena muta» e per sedurlo le bastava «parlare» solo cenni e sguardi ammiccanti.
Allora, Enea non era ancora Enea – ma suo «padre» Anchise. Lo dice la parola: allora egli era «vicino».
Prima di essere questo Enea qui, questo «lontano» esule vagabondo, egli era vicinissimo alla sua Afrodite. Talmente vicino che il Racconto dice che ne fu «accecato». Dice che Anchise fu «punito» per aver osato vedere la sua sposa nuda (senza veste, senza cultura, allo stato selvaggio). Dice che quella tra Anchise e Afrodite fu una «congiunzione naturale».

Solo che non bisognerebbe scordarsi che, quando il Racconto dice «naturale», vuole metterci in guardia. Tutto ciò che in esso è detto «naturale», non è mai stabile – mai contenibile in un concetto, ma sempre in oscillazione tra Paura e Desiderio.
Paura di regredire verso l’«animale» e desiderio di disfarsi dei pesi «culturali», di parole e simboli vari, e magari perfino delle immagini che sono il «nutrimento di frontiera» per il cucciolo della nostra specie.

Nelle «nozze di soli sguardi» tra Anchise e Afrodite – nella loro «naturale» casta e immacolata «congiunzione» – non c’era enigma, né indovinello, perché non c’era ancora né il bue né l’asinello. Pardon: volevo dire che non c’era, allora, un «dove» verbalizzato, un «luogo» dove quegli sguardi tra il bambino e la sua immagine fossero «nominati». Tra Apollo e la sua Vergine, come tra Anchise e Afrodite – non ce n’era bisogno.
In «quel» mondo là, quello di una volta (non so se vi ricordate pure voi di quel mondo) non c’era niente da dire, non c’era bisogno di dire niente. Bastava solo quel «linguaggio immaginario», solo quel parlarsi allo specchio. Solo quel miraggio, quel miracoloso modo di riguardarsi l’un l’altra. Intendo: del divino Sedotto e della sua divina Seduttrice. Affamato, l’uno, di miele in senso figurato, e l’altra, di miele in senso proprio.

Che divina confusione fu quella! Che gioia! Altro che libidine! Dovette essere qualcosa come un darsi una «morte reciproca», che so? un felice «precipitare insieme» in uno stesso destino, fin dove Amor condusse noi a una morte.
E fu fine del trionfo.
A diciotto mesi, Amore precipitò all’inferno!
E, da allora, tutti a domandarci: sarà il caso di risuscitarlo? e come? con quali parole richiamarlo in vita?

O animal grazioso e benigno
(Inferno, 5: 88)

È così che Francesca chiama il Poeta. Lo chiama «animale».
Non è dunque all’«uomo di cultura» tout court che si rivolge. Non al dotto, al civilizzato, a quello che parla la lingua della polis – ma all’«animale» che solo può capire la tossicità del miele «naturale», del miele colto e divorato in un raptus (Amor che al cor gentile ratto s’apprende).
A un «animale» sì, però non a uno qualsiasi, ma a quello che, come il Poeta, il suo animale l’ha «ingentilito» vestendolo di grazia e di benedizioni.
Non a un animale «nudo» si appella Francesca, ma a quello che ha saputo dare grazia e voce ai suoi fantasmi – a quello che, i suoi «mostri», li ha saputi addomesticare ai simboli e alle cifre del Racconto Umano.
A quello che ha «sacrificato» la propria animalità – e che, quel «sacrificio», sa essere stato il «sacrificio d’un dio», di un Soggetto «naturale» che si è assoggettato alla Rappresentazione «culturale».

Ecco perché quell’animale è grazioso e benigno – perché è l’inverso della stessa Francesca che, la sua «grazia e bellezza», l’ha al contrario «sacrificata» a una regressione verso la natura degli istinti ciechi, degli appetiti e dei desideri di miele da consumare «sul posto». Subito. Senza darsi tempo. Annientarsi.
Morire d’amore – come fanno, non a caso, certi «animali», e come non dovrebbe fare più nessun «uomo». Nessun «umano» dovrebbe più morire d’amore in senso proprio – ma sempre e necessariamente morire in ogni storia d’amore, anche nella più insignificante, in senso figurato.
Perché chi non sa morire in senso figurato, prima o poi finisce per uccidere in senso proprio la sua Ape seduttrice!

Francesca&Paolo
“la bocca mi baciò tutto tremante”

Solo un «civilizzato» che sa della propria origine «animale», e che sa che questa origine è l’anima delle sue parole «umane», solo lui – Francesca lo sa e lo dice: solo uno come te, Poeta, ha «pietà del nostro mal perverso».
Il Poeta sa che il bambino «perverte»: che mischia e confonde le «potenze seduttive» all’opera sull’asse immaginario delle figure allo specchio. Sa che in questa sua «perversione» ogni volta, necessariamente, è all’opera una regressione verso la Natura. Che un’ignoranza torna, delle Leggi vigenti nella polis. Che un nuovo analfabeta si aggira nella lingua della tribù, e con lui una trasgressione che, per quanto ignara di sé, minaccia gli equilibri simbolici del luogo e del tempo dati.
Solo di questo Francesca e Paolo sono «colpevoli»: di non aver «umanizzato» il miele della loro reciproca perversione. Di averlo consumato «crudo». Anzi, di essersi fatti essi divorare «in senso proprio» dal Miele «figurato».
Le Figure del linguaggio immaginario hanno Fame – sono Lupi che i bambini se li mangiano, senza pietà.

Ecco perché, quando a diciotto mesi finisce «lo stadio dello specchio», c’è chi ne eredita solo fantasmi «morti», di cui null’altro sopravvive che l’istinto a sedurre ancora per uccidere ancora: tant’è che agli occhi del Poeta anche l’inverso (per es. chi, come Francesca e Paolo, è stato ucciso per essere stato sedotto) è tuttora meritevole di stare in un girone dell’inferno.
Anche la forma inversa della «colpa» è colpevole – in quanto pur essa impotente a sciogliere il dilemma: sedurre per uccidere o essere uccisi perché sedotti?
Il linguaggio infantile, il linguaggio immaginario, è ancora troppo «animale» anche solo per sospettare che c’è una terza via.

Apollo, il Guaglione, uccide tutte le sue Amate. Una per una le annienta: tutte chi più chi meno, le spinge a «tornare alla Natura». Ed eccole: chi giacinto, chi alloro diventa – da «umana» che era.
No, così non va. Ci vuole grazia e benedizione, dice il Poeta.
Bisogna che Apollo apprenda a «dire bene», a musicare sulle sette corde della Lira quel «niente» che gli passa per la mente, e bisogna che apprenda pure a ringraziare quel «resto di miele» che ancora gli avanza – e che, lasciato a bagnomaria, avrà il tempo di fermentare.
E già, il linguaggio delle sette note non è che «immaginario fermentato».
Se l’immagine allo specchio è miele, allora il simbolo, il nome, il suono con cui il Poeta la «sposa», è idromele. È sempre miele, ma è diventato Spirito.
Spirito dell’Uomo, perché solo l’Uomo «attende» e «rinvia» il suo consumo.
In quanto «spirito», il simbolo è Alcol che evapora. Che evaporando al Niente ritorna. Che il niente raccolto in terra, al niente lo restituisce dopo averlo però fatto passare per le nuvole.
È l’Arte di questo «passaggio» per il cielo, di questa «sublimazione» del loro desiderio, che Francesca e Paolo si sono persa!