Il gioco delle ombre

Lo stupore è la stupida «risposta» alla brutta sorpresa della perdita, del lutto e della mancanza: là dove un «mezzo» viene a mancare, è un «estremo» che compare in tutta la sua mostruosità – troppo altro per poterne sostenere lo sguardo in un faccia a faccia.
Poiché però è trascinato in un «movimento naturale», poiché fluisce nel fluire senza memoria della corrente (πάντα ρέι), lo stupore non costruisce concetti «a comprensione finita», non arriva mai a passare la soglia del Nome, e non riesce mai a concludere con un «ecco: si tratta esattamente di questo!».

Gli «stupa» che lo stupore innalza, non sono che castelli di sabbia, ognuno dei quali finge d’essere dove realmente è: insieme nel «non dove» della corrente e nel «qui e ora» dov’è attualmente trascinato il problema – in un «qui e ora» che ogni volta si trova «spostato» più in là, puntualmente senza memoria, e perciò di volta in volta, e caso per caso, costretto a darsela sacrificando la sua «originalità» nell’artificio d’una ripetizione con cui rappresentarsela.
Il problema è sempre lo stesso problema irrisolto. La ripetizione, se non lo risolve, gli dà però quantomeno un «tema». Gli dà una «traccia» da seguire, un «senso», una direzione in cui incamminarsi.
La ripetizione non fa altro che dargli un travestimento che lo tiene in vita e lo rinnova, lo trasmoda e lo «perverte», spingendolo ancora più in là sull’asse immaginario – spingendolo sempre di più verso il linguaggio simbolico.

C’è in ogni stupore qualcosa di sé che la nostra mente dona al mondo, per potergli strappare un segreto: qualcosa di suo, di proprio, di cui la nostra mente si lascia espropriare – qualcosa di singolare che si lascia «naturaliter» sedurre dalla popolarità, a volte perfino dalla più volgare delle mode popolari, pur di darsi un abito di scena e uscire fuori di sé, nel mondo della rappresentazione.
Una singolarità stupita, ecco cos’è uno «stupa»: il luogo stazionario di una differenza che, per «uscire allo scoperto» e essere determinata, è costretta a «muoversi sul posto»: costretta alla verticale delle sue proprie potenze, costretta a innalzarsi come un tempio sulle sue passate rovine: costretta a mandare in rovina il suo passato.

Lo stupa è il «punto» in cui l’ignorante si stipa il «segno» d’un «passato» per simularne la «presenza»: è solo grazie a questa facoltà congenita, a questo suo «genio stupido» che l’ignoranza può scorrere nel flusso di un problema: perché mentre lo scorre al buio, l’ignoranza può piantare paletti di stupore qua e là. E continuare a brancolarvi intorno.
Che dire? non è un caso se stupa e stupore vengono dalla stessa radice «sta» (= stare), di cui sono forme alterate, forme intenzionalmente «storpiate» già in tempi linguistici remoti per venire a significare qualcosa come «far stare, fissare», nonché «mettere da parte, stipare, conservare»: sicché, stupore e fissazione mnemonica vanno a braccetto nella stessa direzione, che – come detto – è il senso, ancora sconosciuto, del cercato.

stupa-buddhista
Stupa buddhista

Se il cercatore ignora il «cercato», se ne sente l’appello ma ignora da chi proviene, come altrimenti potremmo noi immaginare la sua «cerca», se non come un gioco stupido, un gioco «fatto di stupore»?
Lo stupore è la «materia prima» e insieme «il fin dell’arte», il «motivo» che da un capo all’altro della sua cerca «accompagna» il cercatore: solo uno stupido può mettersi a giocare a un gioco così oscuro da cui, in premio, nient’altro può ottenere che d’essere tenuto lui all’oscuro a proposito della sua stupidità.
Un gioco dunque che altro nome non può prendere che dalle ombre su cui ambiguamente punta a «fare luce» per nascondersi a Se Stesso.

Il «gioco delle ombre»: così già gli antichi chiamarono questo gioco così stupido che punta su una, e una sola, Regola: sulla «stupenda» Regola che regge la Sintassi Nascosta di tutti i problemi di fronte a cui si leva lo stupore umano.
Questa Regola è un «doppio canone rovesciato» che contempla insieme una fuga e una controfuga: il che significa che, qualunque sia il senso del suo cercare, in qualunque direzione proceda, il «cercatore» si trova a essere sempre e comunque un «fuggiasco», immancabilmente un «lontano da casa», uno «smarrito» sorpreso di botto «nel mezzo di un cammino» e a cui niente servirebbe più di un’«arte» che lo aiuti a riavvolgere il filo e lo riporti a casa, e se una casa più non ce l’ha perché è andata distrutta, che almeno l’aiuti a ricostruirsene una «nuova» da cui ricominciare – da cui «ripetere» il suo singolare «inizio».

Cercare e ancora non sapere se e dov’è la «terra promessa» al cercatore: questo è l’inizio del gioco – non sapere da quale «movente» si è iniziati a muoversi passando per questo strano «reame» popolato di «fantasmi» che, a ben dire, gli antichi chiamavano Ade.
Muoversi al buio per fuggire dal buio: più o meno, è questa la trafila oscura per cui passa il cercatore – e passa oggi, e ripassa domani, se e quando si sarà stancato di chiedere all’occhio una «spiegazione», ecco che allora, forse, timidamente una vaga traccia di «tema», che so?, una prima bozza «tematica» farà capolino, spuntandogli dalla piega stessa che la sua cerca ha preso addentrandosi nella selva oscura delle Dicerie Umane.