L’incesto e l’indovinello

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Edipo e la Sfinge – coppa attica del V sec. a. C.

«Cosa vuol dire: l’incesto è impossibile? Non è possibile andare a letto con la sorella o con la madre? E come rinunciare al vecchio argomento: bisogna pur che sia possibile dal momento che è interdetto? Ma il problema è altrove.
La possibilità dell’incesto esigerebbe e le persone e i nomi, figlio, sorella, madre, fratello, padre. Ora, nell’atto d’incesto, possiamo disporre delle persone, ma esse perdono il loro nome nella misura in cui questi nomi sono inseparabili dalla proibizione che li interdice come partner, oppure i nomi sussistono, e non designano più che stati intensivi prepersonali che potrebbero benissimo estendersi ad altre persone, come quando si chiama mamma la propria moglie legittima, o sorella la propria sposa.
In questo senso appunto diciamo: si è sempre al di qua o al di là. Le nostre madri, le nostre sorelle ci fondono tra le braccia; il loro nome scivola via sulla loro persona come un francobollo troppo inumidito. Il fatto è che non si può mai godere insieme della persona e del nome – il che costituirebbe tuttavia la condizione dell’incesto».
(Deleuze-Guattari, L’anti-Edipo)

Per essere interdetto, bisogna che un crimine sia possibile.
Ma ancora più alla radice: bisogna che il nome che lo criminalizza sia già in circolazione. Che la sua moneta, per quanto logora, sia ancora in corso. Che ancora sia data a quel nome la facoltà di discriminare tra il bene e il male. Tra il lecito e l’illecito.

Il crimine, lo dice la parola (dal greco κρίνω = giudicare, distinguere, decidere), è una de-cisione, un taglio, un ceppo di confine, passato il quale s’incorre nelle «determinazioni» della Legge, pardon! – della Lingua.

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Moreau – Edipo e la Sfinge

Là dove comincia il male, finisce insieme il bene.
Non c’è che dire! la Regola è semplice: Le basta «una» parola per fingere d’imboccare la «retta via»!
Solo che quella parola nasconde, o quantomeno sottintende, un doppio canone – un’opposizione tra due: quella opposizione di cui essa è, per l’appunto, il «tra».
Lo sapeva benissimo Alessandro Magno, lui che era stato «allevato» all’uso dei nomi da un certo Aristotele. Gli bastò un colpo di spada per «tagliare» il nodo di Gordio. Per spezzare in due «canoni» la semplicità apparente del Rebus.
Alessandro sapeva che ogni nome è criminale.
Sapeva che ogni nome ha, per così dire, una vocazione innata al crimine – a distinguersi dall’«anonimo», tanto per cominciare. A estrarre un che di «distinto» dal caos. Un discreto dal continuo. Una figura di luce dalla Notte.

Lo sappia o non lo sappia – il nome ha la vocazione a riprodurre il «peccato originale» della Lingua Umana, essa la Prima Criminale, in quanto distingue, seleziona e adotta solo un numero limitato di «voci di natura». Nessuna lingua può darsi un alfabeto, se non segnando un «discrimine» nella foresta dei «rumori».

Il crimine apre una «crisi», introduce una frattura, rende evidente una differenza, marca una distanza, fa emergere un’eccezione alla Regola, un «fuori ordinanza».
A norma di Legge, la Legge non può non «criticarlo».
Che essa de-cida a proposito dell’«irregolare», o che re-cida via da sé ogni «sregolatezza», è sempre in virtù di un «atto criminale» che lo fa, in virtù di un Crimine al di sopra di tutti i crimini – di quel Crimine che distingue, in capo a ogni parola, l’Uomo dall’Animale.
La Legge: è essa «il Confine» del Regno Umano.

La Legge è legittimata ad accusare una certa differenza. A pesarne la rilevanza, a misurarne l’entità.
Se la differenza non balza agli occhi, se è talmente piccola da passare inosservata, o se comunque è tenuta nascosta, non esposta, enunciata o manifestata, allora essa stessa può arrivare a farsi norma, voce di popolo, e perché no? – voce di dio.
Perché la parola cessi di sapere d’essere criminale, le basta nascondere a se stessa il crimine di cui si macchia. E se le riesce, è perché il crimine più diffuso è proprio la sua «naturale» attitudine a criminalizzare le differenze rare, le minoranze, le pecorelle smarrite.

L’incesto è l’enunciato di una proibizione. Una lingua consente a che un possibile del desiderio sia criminalizzato – a che il desiderio non scorra fuori dal solco tracciato dagli enunciati sociali. Essa proibisce che quel possibile venga messo in atto.
Vietando l’incesto, ecco! – è così che la Lingua proibisce a se stessa l’uso incestuoso delle sue parole. Per rendere stabile la sua proibizione, si vede costretta a stare in guardia contro ogni pratica metalinguistica, a sospettare (e forse a ragione) che, praticandola, essa finirà solo per minare le sue stesse fondamenta.

Ci siamo! Le parole che parlano della lingua, si macchiano dell’incesto metalinguistico: per informazioni rivolgersi ad Edipo.
L’indovinello della Sfinge gli chiede del tempo per la soluzione: solo chi «ha tempo» la può indovinare. Solo chi «si prende» tutto il tempo che ci vuole per trovare un modo di ricongiungersi al suo passato, di risalire come il salmone alla sua sorgente. Solo il figlio che fa all’amore con la madre. Solo lo sciacallo è così criminale da osare tanto, dicono i Dogon, da «progettarsi» anche un futuro, facendosi strada tra le cosce di sua madre.
Come lo sciacallo, è anche il poeta: finché non s’accorge di usare e abusare del corpo di Madrelingua, non «indovina» da dove viene il profumo che fiuta.

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Michelangelo – La Sibilla Delfica della Cappella Sistina

La sibilla cumana non parlava una lingua vagamente ambigua. Parlava parole incestuose. Ogni sua parola faceva all’amore con chi l’aveva messa al mondo. Ogni suono che s’udiva nella sua caverna, era un assaggio di una matrice «proibita».
La sibilla diceva quel che diceva, in una lingua socialmente rimossa – in un dialetto arcaico fatto di suoni e di giochi linguistici, in cui i nomi e i concetti si confondevano «copulando» con le lettere dell’alfabeto. In uno «strato linguistico» più antico, che la lingua sociale aveva superato, ma di cui ancora non aveva cancellato tutte le tracce. In una sorta di dialetto analfabetico, in cui erano gli «istinti» anonimi a prendere la parola, o perlomeno «tentati» a farlo. In un gergo in cui le primitive tensioni «sentimentali» provavano da se stesse a indovinarsi – in dove andare, a darsi un dove «presso cui» stare, un «dove» di cui prendersi cura fino a trascurare il «resto» del mondo.

La sibilla cumana faceva parlare l’«eretico» rimosso, il non detto, il muto sottinteso nascosto tra le parole del comma che lo proibisce, l’interdetto, il «rumore» che sta tra un detto e l’altro, il «significante» socialmente non contemplato, e perciò gettato via come ogni modo di dire infantile, come le più ingenue articolazioni per cui è ancora possibile annusare un linguaggio all’opera «sotto» lo strato più profondo della Lingua.
Di questo, nessun poeta si dovrebbe mai scordare. Soprattutto se è «napoletano». Non si dovrebbe scordare che Enea va, a occhi chiusi!, appresso alla Sibilla.
Va dove Platone sconsiglia di andare: più dentro ancora alle ombre della Caverna!