Le nozze di Suono e Tempo

morte oraIl mondo ebbe origine da uno strillo della Fame: le acque, il fuoco, gli astri, la terra e tutto il resto, altro non sono che «scorie materiali» del canto della Morte.
A dare un «tempo» al Suono è la Morte che, cantando, spartisce la Vita fra i viventi.
A ciascuno la «sua» vita è il tempo di un frammento sonoro. Il tempo di un’istanza di morte.

È sempre la Morte a provocare ogni vocazione: è il suo «corpo» che la Morte sacrifica a Se Stessa, a ogni nota, del Suono facendo musica e canto. Quel che la Morte non canta, ovvero il Suono che non ha tempo di suonare, rimane Terra Incognita – foresta inesplorata, Reame oscuro, Rumore inconscio.

Quel che vive è lode e salmo. Quel che vive non ha che da salmodiare un nuovo passo che la Morte danza saltando di palo in frasca, senza però mai saltare un pasto. Uno solo.
A ogni pasto, un altro passo. Ma sempre nella stessa direzione, sempre nello stesso senso, e perché no?, sempre agli stessi «intervalli d’insania», secondo come nel Timeo li scandisce il demiurgo platonico. Di un mezzo, di un terzo e di un ottavo – finché anche quel passo non è «passato».

Perciò la domanda è: le stelle che sorgono e che tramontano nel nostro cielo, sono esse le note della canzone della Morte, o i suoi ritagli inutili, che furono gettati via dallo spartito originario?
Le passioni, gli appetiti, i bisogni e i desideri, sono soltanto «incidenti» casuali, in cui la Morte non volendo stona e, per così dire, s’inceppa? o sono piuttosto queste le sue «forze», queste le sue alterne «fortune»: poiché oggi sei vivo, domani ti tocca morire?
La Morte «cantando» dà un tempo al Suono, gli consente di «sposarsi» col Tempo.
Che ci vuoi fare? Non sapremo mai se queste «nozze» gli fanno bene o male. Fatto sta che, solo assoggettandosi alla durata (da un principio a una fine), il Suono prende forma musicale e produce ritmo.

A suonarlo – a volte addirittura a farne una serenata sotto le finestre della Promessa Sposa, è quel musico che gli Uitoto chiamano Padre.
Il filosofo, oggi, lo chiamerebbe Soggetto. E di questo Soggetto direbbe che Lui, la «soggezione» al Canto, la respira. Direbbe che il suo proprio modo d’essere è di respirare «intrattenendosi» nel solfeggio di un «già stato», di trattenere un’«illusione», quasi a volerla strappare alle grinfie della Vorace: Nostra Signora la Morte.

Il Padre è il Menestrello Eterno, il Trovatore di questa «ispirata» Provenza celeste. Di Lui si narra che, avendo perduto il mondo di una volta, senza nessun «appoggio» (era bambino e si reggeva in piedi a stento!) s’arrampicò con la sua voce fino all’Immagine che dallo specchio lo riguardava.
Ogni Immagine è un’illusione: un invito al gioco. «Dai, gioca con me!» è il suo nome. Lei chiama, fa l’appello, «cita», e l’«eccitato» alla chiamata risponde – all’appello dà una «sponda».

Ogni domanda posta, chiunque sia a porla (anche un fantasma!), è una «disparità» finché non si sposa con una risposta.
Dicendo questo, il filosofo crede d’aver scoperto chissà quale America. E invece, ancora una volta, sono «parole morte» quelle che gli parlano in bocca! È la Lingua che, a sua insaputa, lo prende in giro.
Sta’ a sentire!

promessi sposiLatino spondeo = promettere, obbligarsi a, impegnarsi in alleanze, patti e concordati, dare garanzie, farsi mallevadore, e in particolare: promettere una figlia in sposa, fidanzare, dare parola.
Il greco spendo (σπένδω) che viene dalla stessa radice = libare, fare una libagione (oggi diremmo brindare, fare un brindisi) per chiudere un certo accordo, donde il senso comune di pattuire, allearsi, concordare.

La risposta è dunque la Sposa Promessa (dal Racconto in cui la Lingua si racconta) a un Nome scapolo. A un Nome che non domanda altro che di ammogliarsi, coniugarsi e/o ricongiungersi con «l’altra metà», quella «promessa». Quella «giurata».
Spero prometto e giuro: ogni patto è un fidanzamento, ossia un rinvio al futuro. Di modo che, se e quando finalmente si celebreranno le nozze, il Nome che in illo tempore è sceso a patti sarà stato solo il primo assaggio. Solo il primo «sorso di libidine».

brindisiL’illibato è ciò che non è mai stato assaggiato. Il «continuo» insistere della Morte nella sua Fame che tutto divora e annienta.
Perciò, nostro Padre è sceso a patti con la Morte. Per poter libare ad libitum = bere un poco a piacere.
Il piacere, la libidine è prendere a sorsi il veleno della Morte.
Che dire? il Padre nostro fu un idiota?
Forse.
Di sicuro non fu così intelligente, come i suoi pronipoti si sforzano oggi d’immaginarlo.
Forse fu che si sorprese, di punto in bianco, musicalmente celibe.
Tutto qua.
Cantò in attesa d’una risposta.
Cantò il canto della Morte, e s’incantò nell’attesa.