Schneider – Parola e suono

La frase biblica: «All’inizio fu la Parola», non è un prodotto della cultura avanzata, bensì appartiene al patrimonio concettuale più arcaico dell’umanità. Perfino gli Uitoto, che vivono in orde selvagge nella foresta vergine sudamericana, hanno una tradizione che afferma: «All’inizio la Parola diede origine al Padre». Queste stirpi primitive intendono con «Padre» il dio celeste. Questa rappresentazione ha indotto gli storici delle correnti culturali a dedurre che questa parte della tradizione sia ciò che resta di una rivelazione divina primordiale fatta agli uomini […]

Thot
Thot

Il concetto di «Parola» rende però soltanto parzialmente il senso originario, perché qui si tratta di qualcosa che geneticamente precede qualsiasi parola determinata e ogni concetto logicamente fondato. Qui si tratta di qualcosa di primario e di sopraconcettuale, e, almeno per il pensiero logico, d’indefinibile e inconcepibile. Gli Egizi chiamavano questo elemento primario una risata o un grido del dio Thot. La tradizione vedica parla di un essere ancora immateriale che dalla quiete del non essere improvvisamente risuona, a poco a poco convertendosi in materia, e così diventa mondo creato.

Anche Goethe dovette intuire qualcosa di questa priorità del suono allorché scrisse fra le sue massime: «La dignità dell’arte si svela nella musica in modo eminente, dato che essa non ha una materia con cui debba fare i conti».
Anche Anandavardhana (secolo IX) nel suo Dhvanyâloka (un trattato indiano sull’intonazione nella dizione poetica) formulò il pensiero che il puro suono ha un grado di essenza maggiore della parola detta. Per questo poeta filosofo il suono (dhvani) è l’anima della poesia. La frase va pronunciata correttamente e chiaramente, ma essa è un mezzo per dire qualcosa di più profondo, perché l’ineffabile può essere comunicato soltanto attraverso il dhvani, cioè il tono fondamentale che pervade l’intera poesia e che desta in noi ciò cui la parola allude.

Questo significato più profondo del suono, che può essere del tutto differente dal senso delle parole metaforiche, si impone solo poco a poco alla nostra sensibilità. Solo dopo che la parola detta ha risuonato, incomincia, come l’eco d’una campana, a vibrare.
Ci si avvicina forse di più alla concezione originaria se invece dell’espressione troppo logicamente determinata «Parola» si usano i concetti, meno circoscritti e più geniali, di «Grido», «Suono» o «Sillaba risonante», che contengono la sostanza musicale primaria, ma sono anch’essi troppo delimitati.

Solo nel corso della creazione, il cui processo ci si rappresenta come una delimitazione sempre maggiore e quindi come una materializzazione dei raggi del suono primordiale, i suoni acquistano un significato preciso e, allineandosi l’uno all’altro, rappresentano parole e frasi di contenuto chiaro e distinto, e infine, diventando sempre più concrete, cose tangibili.
È basata su questa concezione della genesi l’identificazione della cosa e del suo nome, e quindi il gioco di parole, che dall’antichità egizia fino alle cosmogonie greche, ha un ruolo non scarso […]

Tutto ciò che è omofono ebbe all’origine un ugual valore e, per quanto possano essere diverse le cose designate, la sostanza del loro nome le congiunge, vale a dire il suono, il nocciolo originario da cui sono nate, rappresenta soltanto differenti tendenze di una uguale radice sonora.

Se per «Parola» intendiamo qualcosa che, per il suo contenuto, è più circoscritto e delimitato del suono, allora il suono dev’essere più remoto della parola. Se «un ritmo sonoro diede origine a Dio Padre», sempreché le categorie logiche possano valere a questo punto, il suono dev’essere più antico di Dio […]
Si può dunque ammettere soltanto la priorità del Suono o, al più, la sua simultaneità [con la Parola]…
Ecco perché il fine della poesia è, secondo Anandavardhana, di tornare di là dalla parola, al suono […]

studiare-musicaIl cosmo nasce da una sillaba mistica cantata (grido, suono primordiale) di lode, che la Morte o la Fame esala. Nel vocabolario vedico il canto di lode (ark) è sinonimo di «gonfiare» e «crescere», e perciò la nota primordiale risuonando crea il mondo intero, materializzandosi poco a poco.
Dal fiato che canta le lodi nascono le acque, il fuoco, gli astri e la terra. Dalle nozze del suono e del tempo scaturisce la musica, cioè le note e parole ordinate nel tempo e l’allocuzione sublime della salmodia del Sâmaveda.
Il linguaggio deve la sua origine alla paura, per cui l’originario splendore musicale del discorso si offuscò diventando espressione parlata.
Il canto di lode della morte, il grido o la risata rappresentano la musica primordiale che partorisce il cosmo. L’arte delle Muse formata di note musicali, invece, non è una musica della creazione, ma soltanto una formazione analogica con forza magica e rinnovatrice di vita. La mitologia greca informa che il monte Elicona, per il piacere della musica delle Muse, crebbe fino al cielo. Se si cantava al capo Ibrahim un cantico di lode, gli crescevano i capelli di un metro per la contentezza.

Il suono è la sostanza originaria di tutte le cose, anche là dove non è più percepibile per l’uomo ordinario. Il canto della morte è l’atto creativo da cui si sprigiona la vita. Dimora della morte è la tenebra della notte, la bocca aperta della fame. Viene anche indicata come arco o come cavità colma d’acqua del sonno che dà forza, o del sogno (dell’inconscio) che tutto inghiotte per risputarlo in seguito in forma ringiovanita e irrobustita.
Nella concezione dei popoli primitivi gli spiriti (le anime degli antenati morti) abitano le caverne dei colli, gli alberi cavi o le vecchie navi (adibite a sepolcri) e attraggono ogni cosa vivente, sia per infondervi nuova forza, sia per rigenerare se stessi e tornare in vita in forma nuova (come propri nipoti e pronipoti).
All’uomo comune non è possibile avvistare queste anime defunte, ma si possono udire allorché gemono nel buio della notte o nelle cascate montane. A molti uomini, specie agli sciamani, compaiono anche in sogno per donare loro un canto di forza magica che è perlopiù una canzone medicinale.

Il morto cantante simboleggia il sonno che largisce forza e che prende coscienza per fornire nuova forza, cioè sostanza musicale e ispirazione. Il sogno come fonte dell’ispirazione è comune a tutta la mitologia dei popoli primitivi.
Il suono è ora il veicolo del morto, ora il morto stesso. Esso rappresenta l’attimo in cui la prima luce (fuoco) del giorno erompe dalle acque della notte: il canto suscitatore di vita vola dalla bocca come una freccia, l’aurora esce dalla cavità oscura, il tuono segue il lampo.
Il suono luminoso sta tra giorno e notte, tra lucentezza e tenebra, tra fuoco e acqua. Il murmure corrisponde alla notte, l’urlo al giorno chiaro, la nota del creatore alla penombra dell’alba.

(Schneider, Il significato della musica)