Kerényi – L’orfano Avalokitešvara

Fra tutti i loro dèi, i Voguli veneravano in modo particolare – e forse venerano tutt’oggi – uno chiamato «l’Uomo che sorveglia il mondo».
Egli è un dio fatto discendere dal cielo, fatto discendere insieme con la madre e senza di lei. Con la madre egli viene «fatto discendere» nel senso che egli nasce figlio di una donna espulsa dal cielo. Sua madre va a cadere sulle rive dell’Ob. «Sotto la sua ascella destra le si sono staccate due costole: viene alla luce un bimbo dalle mani e dai piedi d’oro».
buddha-DUEQuesta forma di nascita – l’uscita del bambino dal fianco destro della madre – rivela un influsso buddistico. Il Bodhisattva destinato a diventare più tardi Gautama Buddha entrò dal lato destro nel grembo della madre, per uscirne, dopo dieci mesi, di nuovo dal lato destro, pienamente cosciente di sé e immacolato: così riferisce la leggenda della setta nordica, del cosiddetto buddismo mahâyâna.
Il nome del dio «l’Uomo che sorveglia il mondo» è la traduzione esatta di Avalokitešvara, nome del Bodhisattva che regna sul mondo in quella stessa religione, i cui missionari si sono largamente diffusi nell’Asia settentrionale.
Avalokitešvara è una divinità misericordiosa che sorveglia il mondo, esattamente qual è diventato anche il dio dei Voguli: la natura originale di quest’ultimo traspare ancora negli epiteti che rammentano la sua figura di oca, cigno o gru […]

Quando arriva sulla terra, il bambino è senza la madre. Nel cielo si tiene consiglio su di lui:

Il piccolo figliolo del padre, il prediletto del padre,
il piccolo figliolo della madre, il prediletto della madre,
quando un giorno diventerà uomo,
uomo che si regge in piedi,
come farà lui a reggersi in piedi?
Affidiamolo ad altri,
nelle mani di altri sia educato a temperanza:
sia dato allo zio, e alla zia di suo padre
sia affidata sua madre.

Dopo si racconta di una culla sospesa fra cielo e terra, che, col fanciullo dentro, viene tirata su e giù, secondo il consiglio del padre, il Cielo superiore.

Suo padre lo mise in una culla falcata dalle curve d’argento
e lo fece discendere nel mondo degli uomini, abitanti della terra inferiore.
Sul tetto dello zio uomo dalle piume d’aquila,
cadde egli col fracasso d’un tuono potente.
Suo zio saltò fuori e lo prese dentro.
Lo educa lo zio di giorno, lo educa di notte,
mentre lui così cresce, lo picchia la zia,
mentre lui così cresce, lo picchia lo zio.
Così gli s’induriscono le ossa, s’irrobustiscono i muscoli.
Sua zia lo percuote una seconda volta,
la terza volta lo percuote suo zio.

Si racconta del suo triste destino nella casa del Russo: lo tengono nell’angolo della porta e gli buttano addosso l’acqua sporca.
Ancor più triste è la sua sorte presso il Samoiedo, che lo lega alla sua slitta con una fune lunga trenta braccia. Il duro lavoro che egli deve compiere presso il Samoiedo, ha un rilievo minore nei nostri testi che nei racconti affini sugli angariati eroi favolosi o figli di dèi. Tanto più efficace è la descrizione della sofferenza del bambino picchiato quasi a morte con un «battitoio d’osso di mammut», gettato sul letamaio, destinato a servire da vittima del sacrificio.
Qui si raggiunge il punto più basso, qui avviene la svolta decisiva.

orfanelloIl fanciullo viene improvvisamente in possesso di scarponi da neve, corazza, faretra, arco e spada. Con un sol colpo di freccia trapassa sette cervi, con un altro sette alci; poi immola il figlio del Samoiedo, distrugge sette «città» dei Samoiedi, il Russo e la città dei Russi – «premendo con le spalle, premendo col petto» – uccide lo zio e la zia.
È un’epifania, non meno terrificante di quella di Dioniso sulla nave dei pirati etruschi, di cui racconta un inno omerico. Dalle sorti dell’orfanello, ecco emergere un dio. La svolta del destino non solo fa effetto, ma è anche piena di senso.

Col mitologema dei Voguli siamo giunti a contatto con una favola tipica universalmente conosciuta: quella del «forte Giovanni». Ma basta una semplice comparazione per capire quanto minor efficacia e minor senso vi siano nella favola. Essa non ha altro significato che le gesta esagerate d’un garzone di contadino smisuratamente forte e le situazioni assurde da esse provocate.
La differenza non sta nell’ambiente o nell’atmosfera sociale (l’atmosfera della mitologia vogula è tutt’altro che regale), bensì in quella che si può chiamare la struttura drammatica del mitologema. Alla favola tipica una tale struttura manca completamente. L’insolita forza fisica del giovanotto viene motivata già in anticipo, coi dati della sua nascita e della sua alimentazione: egli era stato allattato per diversi anni e mangiava per cinque persone; suo padre era un orso o – come nella favola ungherese – sua madre era una giumenta, una vacca, una fata; egli è uscito da un uovo o è stato foggiato di ferro.
Tutto ciò dimostra evidentemente l’origine mitologica delle favole, ma fa cadere l’effetto in una sfera più bassa: dal piano di un’alta drammaticità esso si sposta in quel mondo delle sbalorditive inverosimiglianze che ci è familiare nelle favole.

Da che cosa deriva invece l’effetto così profondo del mitologema? Da quel che allo stesso tempo è anche il senso del mitologema: il rivelarsi della divinità nella paradossale coincidenza del più basso e più alto, dell’estrema forza e dell’estrema debolezza.
La questione dunque, quale sia il momento primario, si presenta ora molto più semplice. L’emergere di un figlio di dio o di re, questo tema dei miti e delle favole, presuppone la situazione dell’orfano: è questa «situazione base» che sola rende possibile quella rivelazione.
Ma il destino d’un orfano, sul piano meramente umano, non costituisce il motivo sufficiente di una simile rivelazione. Quel destino, umanamente e non mitologicamente considerato, non sfocia necessariamente in un’epifania.
Ora, se invece è proprio l’epifania che rappresenta il suo frutto e compimento, la situazione non può esser compresa che sul piano mitologico.
E allora dobbiamo domandarci: conosce la mitologia un destino d’orfano che sia compatibile con figure divine, anzi: conosce la mitologia una figura divina di cui un tale destino rappresenti un carattere essenziale?

(Kerényi, Il fanciullo divino)