Santillana – L’Uomo che osserva il Mondo

Voguli, yakuti e mongoli narrano dei sette figli di Dio, o dei sette (oppure nove) dèi, tra i quali si trova un «Uomo–Scriba», e un «Uomo che osserva il Mondo».
Quest’ultimo è stato immediatamente paragonato a Kullervo da Karl Kerényi, il quale ritiene il nome una traduzione letterale di Avalokitešvara, il grandissimo bodhisattva noto in Cina come Guan-yin, alla lettera «meritevole di modi (musicali)».

AvalokitesvaraC’è da chiedersi se questo «Osservatore del Mondo» non risalga molto più indietro nel tempo e cioè a Gilgameš. Occorre tenere presente che i babilonesi come titolo dei loro testi usavano le parole iniziali: per esempio, il Poema della creazione veniva chiamato Enûma elîš, «Quando in alto»; così, quella che noi chiamiamo Epopea di Gilgameš era per loro Ša nagba îmuru, «Chi vide tutto».
Tali sono le sconcertanti modulazioni che il tempo ricava da temi grandiosi e familiari. Ma c’è di più: da giovane, questo «Uomo che osserva il Mondo» vogulo – Avalokitešvara in persona, divinità grande e venerata dei paesi buddisti – era in realtà un orfano pieno di tribolazioni, come Kullervo, dapprima nella casa dello zio, poi in quello «del russo» e in quella «del samoiedo».

Dopo aver penato per anni – e si tratta di pene «misurate» e ben specifiche – egli uccide tutti i suoi tormentatori. La sua vendetta è esclusivamente personale: il padre, che aveva calato il figlio diletto dal cielo in una culla, era rimasto lassù.

(Santillana-von Dechend, Il mulino di Amleto, pp.162-163)