La timidezza di Apollo

Così mi disse: «Bambino mio, non più qui! Cercalo altrove – lontano dal seno della Via Lattea!».
Così mi disse mia madre. Senza parole.
Me lo disse tingendosi il seno di nero.
In questo modo solo il seno mi nascose. La madre «era» ancora là. Non aveva più «latte» per me. Né la mia bocca poteva più – solo del suo «latte» nutrirsi. Con un altro alimento doveva, la mia bocca – una volta svezzata – andare a copulare!
Sposati bene! – mi disse mia madre. – Sta’ attento, figlio mio, a sceglierti la donna giusta!

Adolf Wölfli - Horror vacui
Adolf Wölfli – Horror vacui

L’abbiamo detto, ma fa bene ripeterlo. E nel tono più enfatico possibile – di modo che la «traccia» s’incida per bene in una memoria.
Râma «sposerà» Sîtâ (il «Solco» tracciato dalla sua «sintassi immaginaria»), ma solo dopo una lunga e intricata serie di peripezie, torsioni e ritorsioni varie.
Così dice il Racconto. Dice che l’Arciere dal cui arco scoccano le frecce dei suoi appetiti e desideri «infantili», quale che sia il nome che di volta in volta prende nella Sceneggiata (Apollo, Šiva, Ulisse o perfino Robin Hood), gira e rigira è sempre alle prese con lo Stesso Problema: dove puntare, in quale direzione – per ricongiungersi con l’altra «metà» del suo essere.
L’Arciere è (un visconte) dimezzato. Tagliato in due «mezzi». Segato dal «trauma» post-allucinatorio. Attraversato dalla disgiunzione dall’«oggetto» del suo desiderio. Imprigionato nella separazione, nella distanza e nella mancanza [di miele].
Non è curioso che questa «scissione» del Soggetto della Sceneggiata, stando al racconto che ne fa Platone nel Simposio – che questa sua «divisione», voluta da Zeus, sia poi messa in atto proprio da Apollo?
Come potrebbe Apollo «attuarla», se non fosse un «dio» disgiunto lui stesso dalla sua «divinità»?
Un dio sull’orlo di una crisi di nervi. È così che, nella nostra pazziella, amiamo immaginarcelo!
Ce l’immaginiamo talmente immerso nel suo delirio «apollineo», che è già abbastanza «dionisiaco» per scantonare, dare i numeri e bestemmiare la sua onnipotente impotenza. La sua onnipotenza immaginale costretta a fare i conti con la privazione del suo «mezzo» femminile.

Il fatto è, in primis, che Apollo è troppo timido.
Non sono io che lo voglio così – è come al solito il Raccolto che così ce lo dipinge.
Apollo è lo sposo timido. È la sua timidezza, la freccia avvelenata che uccide tutti i suoi «desiderati».
Il veleno di cui la sua freccia è intrisa, stentiamo a crederlo – ma le parole non ci lasciano dubbi in proposito: il veleno è Venus – è il farmaco che intossica ogni vivente, l’estro, il pungiglione dello Scorpione. È il male e, insieme, il solo antidoto che sana chi ne è ammalato.

La timidezza si nutre di un veleno d’amore che dev’essere annacquato ridotto e dimezzato, per esserle di beneficio.
Vuoi o non vuoi, la timidezza «deve» sposarsi con la sola lingua che le può rendere giustizia.
Deve fare bene attenzione Apollo, il «timido sposo», alla Donna che si sceglie! Ora che ha sperimentato il «veleno» dell’adulterio della sua Desiderata, ora che si è ammalato, Apollo deve comunque «copulare» perché da questa sua «copula» soltanto può nascere il (figlio suo) guaritore.

Anche quest’altro dettaglio è curioso. Gli antichi mitografi già ebbero tra loro più di un’accesa discussione a proposito di chi fosse stato il padre «autentico» e non solo «putativo» di Asclepio.
C’era il teologo ortodosso che sosteneva: Asclepio è un dio, il padre non può dunque che essere Apollo!
L’«eretico» dal canto suo aveva di che obiettare: come può Apollo il casto, il senza macchia, il vergine immacolato, averlo messo al mondo, se mai il mito racconta di una sua congiunzione «carnale» con una qualche Amata?
E a sua volta il teologo (appellandosi al «dimezzamento» di cui Apollo, a suo dire, sarebbe l’archetipo divino, oltre che il suo esecutore «materiale»), faceva bene a insistere: Asclepio è quel «mezzo» Apollo, di cui Corvo Nero è l’alter-ego.

APOLLO DIMEZZATO
ASCLEPIO CORVO
BIANCO NERO
GUARITORE MALATO

In parole povere: Asclepio è Corvo Bianco, e Corvo è Asclepio Nero!
Con una sentenza del genere perlopiù finiva la perorazione del teologo (tanto più se di scuola ermetica, e perciò a conoscenza del debito che Apollo contrae nei confronti di Ermes, pur di dare alla sua timidezza una qualche chance di «paternità»).

Adolf Wölfli - Biscroma
Adolf Wölfli – Biscroma

Per non tenere il «lettore» sulle spine, sarà bene anticipargli un po’ di quella «conclusione» a cui il copione della Sceneggiata tende, dalla cornice di un frammento, e poi da un’altra di un altro frammento, provando ad avvicinarsi al «centro» del Quadro. Fino a entrare, magari, nel cuore della Questione.
La questione è che Apollo, lo sposo timido, non ha da «copulare» che col guscio vuoto (scarnificato) della Tartaruga che Ermes gli ha «donato» supponiamo dicendo: «Tienitela stretta! Abbracciala forte! Questa è la sposa giusta per te! la Sola da cui puoi attendere un figlio! l’unica nota creativa che ti è data raccogliere in quella Foresta d’ignote che è, a te, la tua stessa Immaginazione!».

È solo un anticipo.
La strada per arrivare al dunque, è però lunga.
Ci vuole pazienza.
Pazienza dovrebbe qui aiutarmi ad accorciare le distanze.
Perché è addirittura al di là dell’Oceano Atlantico che dobbiamo avventurarci per raccogliere le «informazioni» riguardo al Personaggio del Timido Sposo.
Ruolo che il mito greco assegna ad Apollo.
Quello sudamericano a Picchio.