Il Tempo e il valore del miele

In quanto valore, la merce è un equivalente; in quanto equivalente, tutte le sue qualità naturali sono in essa cancellate; essa non sta più in nessun rapporto qualitativo particolare con le altre merci; essa è bensì sia la misura universale, sia il rappresentante universale, l’universale mezzo di scambio di tutte le altre merci. In quanto valore, essa è denaro. Ma se la merce, o piuttosto il prodotto o il mezzo di produzione, è distinta da se stessa in quanto valore, in quanto valore è distinta da se stessa in quanto prodotto. La sua qualità di essere valore non solo può, ma deve acquistare nello stesso tempo un’esistenza diversa dalla sua esistenza naturale.
Perché? perché, essendo le merci in quanto valori diverse l’una dall’altra solo quantitativamente, ciascuna merce deve essere qualitativamente diversa dal suo proprio valore. Il suo valore deve perciò possedere anche un’esistenza qualitativamente distinguibile da essa, e nello scambio reale questa possibilità di esistere separatamente deve diventare una separazione reale, perché la naturale diversità delle merci deve entrare in contraddizione con la loro equivalenza economica, e l’una e l’altra possono sussistere l’una accanto all’altra solo in quanto la merce acquista un’esistenza duplice, ossia: accanto alla sua naturale, un’esistenza puramente economica nella quale essa è un mero segno, una lettera che sta al posto di un rapporto di produzione, un mero segno per il suo proprio valore.
(Marx, Grundrisse, I)

Il miele ha una doppia esistenza: oltre alla sua esistenza «naturale» [miele di Lupo], ha anche quella di «appetibile» culturale [miele d’Ape]. Il miele non è più solo buono da mangiare, il miele ora è buono da rubare, buono da fottere, buono da depredare. Il miele non è più solo miele, non è più solo se stesso in senso proprio, ma tutto ciò che può essere rubato fottuto e divorato è miele. È miele il «valore» economico del miele. È miele, ora, il «mero segno» del miele perduto. Il miele annacquato.
Quello che chiamiamo miele non è che un fantasma del miele di una volta. Non è che quel poco di dolce stilnovo che avanza d’una libidine che era troppo tossica, troppo bestiale, per essere poetata.

Il miele di ora [la nostra cera umana] «è decaduto» dalla «posizione» sulla [retta] Via Lattea che occupava nell’età dell’oro e, scivolando via lungo lo Zodiaco, continua a scemare di «sapore», man mano che «si raggruma» sempre più lontano dalla Casa del Lupo.
Del miele di allora, ormai non resta che il Racconto. Il miele di ora è appena il racconto del miele d’allora.
Di quel miele che nessuno ha più la fortuna di ritrovare, se prima non si ricorda d’averlo perduto.

Il frutto proibito [l’esistenza naturale] è il Passato della «cosa». È il «miele» che (in paradiso) trasudava naturalmente dal seno della Nutrice.
La cera sa, e sapendolo si addolora – di «non avere più quel tempo» [sazio, appagato nel suo possedersi in Se Stesso]. È questo suo dolente sapere a dare fondamento al sentimento che la cera ha del «presente». A rimuovere il suo «passato» coprendolo con la sua patina luccicante.

Dalì-Orologi
Salvador Dalì – Orologi

Il Tempo è denaro. Lo è perché solo col tempo il «miele» diventa un altro «miele», e poi un altro ancora.
Il Tempo è il senso [della scrittura] della Metafora umana. Solo il Tempo la «orienta». Solo il Tempo le dà un «donde» e un «verso dove», e dunque uno «spazio logico» dove farla circolare (in diacronia e in sincronia, appunto!). E, una volta trascinato dalla Metafora nel labirinto dei codici, delle lingue e dei segni (i tentacoli della Piovra!), l’Uomo – quello che crede di essere sempre lo Stesso, e fedele solo a Se Stesso nei secoli – è invece l’animale più instabile, forse, di quelli venuti al mondo.
Quello che è incessantemente costretto ad aggiornare giorno per giorno la sua propria «umanità» e insieme la sua «idea di Uomo», per stare al passo con la trasformazione del miele appetito. Pardon, della Fame della Metafora!
La Metafora è Vorace!
Il Tempo è la sua lingua.
Fallo parlare, ascoltalo!
È solo un «sentimento» che hai qui da «sentire»!

Il «sentimento dell’eco» con cui la Metafora scrive sulla cera umana il suo «passato» di miele selvatico, è la sibillina «sentenza» del Tempo. Il suo ambiguo responso.
Solo il Tempo «risponde» alle provocazioni della Metafora – ma tutto ciò che del suo mistero rilascia è a malapena l’eco sbiadita di un «non più».
Il Tempo dà alla Metafora la possibilità di rinviare all’infinito la sazietà della sua Fame.

È nell’orecchio dell’Uomo che la Metafora mette le sue radici. Le mette al buio, ogni volta che l’Uomo è «un» bambino qualsiasi che, all’oscuro di tutto, deve orientarsi (a partire solo da Se Stesso, solo dal suo «corpo») nel labirinto simbolico degli adulti.
C’è un tempio nell’orecchio dell’Uomo, dice il Poeta. Ciò che vi si dice e vi si ascolta è «sacro». Ciò che vi si custodisce è «santo». È sancito! È «oggetto» di sanzioni proprie del modo d’ascolto della cera umana.
L’orecchio umano sente le «diminuzioni», percepisce le «variazioni d’onda», si ferma ad ascoltarle, a registrarle, a imitarle e a ripeterle una continuazione, finché non producono un «pasto» di cui esso sia all’altezza.
Il «rumore dell’Essere» è il suono «più alto», e come tale, «è pasto degli dèi, mentre agli uomini tocca il suono immediatamente più basso», recita un antico trattato di musicologia indù. Il suono della Temporalità (è a esso che alludevano i pitagorici quando parlavano di «armonia delle sfere») non è «udibile» al nostro orecchio. È miele «troppo forte» per il nostro palato acustico. Noi uomini ci nutriamo solo di miele «raffermo».

Il nostro «modo d’essere» è di «sentire il passare» del tempo, e da questo «sentimento» sentirci spinti a rifare a ritroso il cammino del tempo.
E perciò i «nomi» che l’Umano si dà – se pure a parole sembrano dire soltanto una «posizione di res nello spazio», a questa «posizione», magari anche a loro insaputa, sottintendono comunque il fondamento di un’intuizione temporale: richiedono infatti che, innanzi tutto, la Temporalità, la continuità temporale della Casa del Lupo sia «bruciata», perché del suo «roveto ardente» possano parlare le fiamme, e che le fiamme stesse possano mettere a fuoco il Tempo differendolo: facendo la «differenza» tra Ulisse e Diomede, tra il loquente e il silente. Tra il «presente» che parla e il «passato» muto dell’Uomo. Tra chi non ha nient’altro da dire che il suo spaesamento in cui lo sorprende la lontananza da «casa», e chi sempre «a casa sua» è nel frattempo rimasto, e perciò è lui che «decide» se e quale gelosia riservare al «figliol prodigo».
S’era disgiunto dalla «nostra casa», e ora a essa si ricongiunge «quasi come se» nulla fosse! che sfacciato! s’era scordato di «casa sua», era divenuto forestiero ai suoi familiari, e ora si ricorda di «noialtri»! Di noi: i suoi intimi – che siamo ancora qui dove un tempo ci ha lasciati. Come allora, ancora muti e innominati siamo. Noi, i «rimossi» a cui ogni «lontano» torna – come ai suoi «fratelli di latte».