Upanisad – Nostra Signora la Morte

Quaggiù, in principio, non c’era che il nulla.
Tutto era avvolto dalla Morte o dalla Fame, perché la Fame è la Morte.
La Morte creò la mente, pensando: «Voglio avere un corpo!».
E cantando inni d’adorazione, si mosse. Mentre cantava, sorsero le Acque.
Allora disse: «Cantando le lodi (arc), si è prodotta l’acqua (ka)!».
Ecco come ebbe origine l’arka, il fuoco, e perché ebbe questo nome. E invero letizia (ka) tocca a colui che conosce come si originò l’arka e perché ebbe questo nome.
L’arka in verità è l’acqua. La schiuma delle acque poi si rapprese e fu la Terra. Su di essa la Morte si accalorò, e dal suo sudore, dall’essenza del suo splendore, nacque il fuoco.
E si divise in tre parti: il fuoco, il sole, il vento. E fu vita, ché triplice è la Vita.
La testa è la plaga orientale, poi ci sono le due braccia (i due punti intermedi, scirocco e greco). La coda è la plaga occidentale, poi ci sono i due femori (i due punti intermedi, libeccio e maestrale). I fianchi sono il Sud e il Nord, il cielo è il dorso, il ventre è l’atmosfera, il petto è la terra.
Egli sta saldo sulle acque. Chi così conosce sta saldo, ovunque vada.
Egli desiderò che da sé nascesse un secondo sé. E subito la Morte, che è la Fame, si unì con la mente alla Parola.
Lo sperma divenne l’anno: prima, infatti, l’anno non esisteva. Lo tenne dentro di sé per un anno e, dopo questo tempo, lo mise alla luce.
Appena quello fu nato, aprì la bocca per ingoiarlo.
Quello fece bhân e così sorse la parola.
Pensò: «Se l’ucciderò, farò un ben misero pasto».
Allora, dalla Parola e da se stesso, produsse questo nostro mondo, i canti, i metri degli inni, i sacrifici, gli uomini, gli animali. E tutto ciò che generava, lo divorava […]
Colui che si ciba di ogni cosa, sa per quale ragione il pozzo è senza fondo.
Allora egli concepì il desiderio di compiere di nuovo un sacrificio più solenne. Si diede da fare, praticò la penitenza. Quando si diede da fare e si riscaldò, gloria e luce sgorgarono da lui […] nel suo corpo non restò che la mente.
Concepì questo desiderio: «Diventi il mio corpo adatto al sacrificio. Possa io avere per mezzo suo un altro me stesso». E diventò cavallo […]
Mandò il cavallo a pascolare, e s’immerse nella meditazione. Dopo un anno sacrificò il cavallo a se stesso e offrì agli dèi gli altri animali […]
Chi così conosce, trionfa della seconda morte. E la morte non può coglierlo, la morte diventa parte di lui, ed egli diventa una di queste divinità.

(Brhadâranyaka Upanisad, 1: 2.1-7)

 

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