È dalla spensieratezza che proviene ogni pensiero

È dalla spensieratezza che proviene, alla lontana, ogni pensiero. Ciò che, in origine, nel miele era spensierato, ora nella cera è pensiero. È sempre stato «essere»: lo era già quando ancora non c’era nessuno a «darsene pensiero».
Allora, la cera non c’era: era confusa nel miele, era miele selvatico, era miele inconscio. E quando poi la cera «ci fu», insieme fu dato il «darsi pensiero» del miele. La cera è la (voce della) coscienza [del miele]. È la parola che il miele rivolge a Se Stesso, la parola che il miele contiene e trattiene in se stesso, fino a che non la getta via da sé e le «concede» tempo e spazio.
Ma a chi è concesso, questo spazio «aperto alla lontananza» [dalla Casa del Lupo], a chi questo tempo fatto solo di nostalgia, se non a quella regione dell’Essere – a quella «Persona» che si duole per la separazione? Che è così addolorata da attardarsi nel dolore? Da «richiamarlo» alla mente, e da passarci e ripassarci «dentro» tante volte, senza però mai trovare conforto?

Quale «pensiero» sa infatti più di miele, quale sa più di paradiso, di quel disperato sbattere la testa contro il muro – che è il «pensiero» (di Demetra) nato cresciuto e pasciuto nel «dolore della perdita» (di Core)?
Il pensiero della Matrice (Demetra, la Mater Dolorosa) s’aggira nello «spazio della lontananza»: nello «spazio» aperto dal «sentirsi lontana» e dal «patire mancanza». Questo «sentire» distanza separazione bisogno e mancanza, è la Matrice emotiva del «darsi pensiero» della cera. Il suo «esistenziale», come ama dire il Filosofo.

A tutti gli «enti», a tutte le «candele» Demetra domanda: sapete dirmi dov’è finita mia figlia? Ma nessuna le risponde. Nessuna si carica del suo dolore. Nessuna, tranne una vecchia «tardona» che, vedendola sola e sconsolata, per strapparle un sorriso si mette a ballarle intorno.
È intorno alla cera della sua Matrice addolorata dalla perdita del miele, che la vecchia candela osa danzare la sua goffa pantomima. La candela «vede» la brutta cera di Demetra piangente. E che fa? si mette a danzare. La candela «vede» e «rivede» il dolore che «richiama» Demetra alla perdita di sua figlia Core. E che fa? non le dice una sola parola, ma danza.

Mistero eleusino. Vi si contempla l’obbligo del silenzio. Non ci sono parole per consolare la nostra Matrice. Nessuna candela osi parlare se non danzando fino all’ultimo bagliore la sua «dote di luce». Che c’è, infatti, di più goffo di una «caricatura», cioè d’un modo «spiritoso» di prendersi in carico un che di «spirituale», quale che sia, purché «dolente»?
Più è vecchia la danza delle nostre parole, e più è costretta a smascherare la «materia comica» di quell’antico «dolore», la «gioia» che tutte a sé le richiama.

La «materia gioiosa» è il miele di cui è fatta la cera. È la «musica» di cui, in origine, è fatto ogni «pensiero». Anche se il pensiero più non si dà pensiero della sua origine. Non c’è pensiero, per quanto stonato, che possa fare a meno di «andare a tempo». Non sarà musicale nel senso comune della parola, ma è pur sempre fatto di suoni e di note. Di note magari disperse in una foresta di ignote, di note «steccate» finché si vuole, ma pur sempre «notizie» intorno a quel [miele] «perduto».
Umano, e dunque «proprio» della cera, è notificare il «tempo della mancanza» [di Core a Demetra]. È coprire la distanza di un dolore «originario».

demetra_persefone
Demetra e Core

Come?
Girandoci intorno.
Producendo e riproducendo girotondi.

Perché si fa? – fu domandato a un giovane novizio.
Solo per strappare un sorriso a Demetra – avrebbe, col tempo, imparato a rispondere, tra un girotondo e l’altro.