Il miele seduce

Era allatta EraclePoco a poco viene l’«ora» che pone fine al paradiso del poppante, l’«ora» che Eracle, al termine dello svezzamento, è «tolto via» dal seno della sua Nutrice, privato di quel «nutrimento naturale» di cui «solo» lui godeva. A quel seno la sua bocca non può più connettersi. La mamma se l’è tinto di nero. La mamma si nasconde, non si fa più trovare da quella bocca affamata.
Affamata, ma non più di «latte». Pronta ad arraffare sì, ma quell’altro nutrimento animale: quel «miele» che è la forma vuota del suo desiderio, e di cui il «latte» non era (a saperlo!) che il primo assaggio di un rimosso.

C’era dunque una volta un mondo che lo nutriva di un «alimento naturale»: il seno che l’allattava – il seno a cui la bocca di Eracle era una volta connessa.
Di quel seno però Eracle allora non sapeva nulla. Il miele ancora non aveva nessun valore per Eracle.
Per il poppante il seno non «c’è» che a partire dal momento in cui lo perde. Egli viene a sapere del latte, solo quando non l’assapora più. Solo quando è la mamma stessa che lo spinge a cercare altrove di che sfamarsi.
A cercare «quell’altra cosa» di cui il latte non era che la «materia prima». A cercare quella «forma vuota» dei suoi appetiti, quel «grado zero» del suo volere, tendere e desiderare: il miele!

Il miele seduce, tutto ciò che seduce è miele. Il miele è due volte «seduttore»: in senso proprio (il miele che si mangia) seduce nel senso metaforico del verbo «sedurre», e viceversa il miele figurato (quello che si consuma nel linguaggio del desiderio) produce una seduzione vera e propria.
Il «seduttore sessuale», in quanto proprietario del desiderio del «sedotto», è il mariuolo di circostanza. Il suo «gesto» altro non è che un rapimento a sé, alla sua immagine, del desiderio del «sedotto». Di un desiderio che può essere soddisfatto «solo» nutrendosi del miele figurato, detenuto dall’immagine del Seduttore.
Dal canto suo, il «seduttore alimentare», in quanto provvede ai mezzi di sussistenza dell’affamato, è seduttore solo in senso figurato, e solo nel caso in cui li dona: perché solo il dono l’introduce nel gioco della seduzione. Se invece non dona, è solo uno che prende alla gola e ricatta, disponendo lui del miele in senso proprio, del cosiddetto «pane quotidiano».

I due «seduttori» non sono che la figura e la controfigura (ora l’una, ora l’altra a turno) di una sola seduzione.
Secum ducere. È ciò che ci fa la Metafora da bambini. La Metafora ci seduce, ci «porta via con sé», ci trascina nel suo cieco «movimento». Nel suo perpetuo riprodursi alla cieca, in ogni neonato della specie umana la Metafora inocula la smania di «rubare» nutrimento dall’altro.
Di andare altrove a cercarselo. Anche lontano dalla Tana, se ce n’è bisogno. Addirittura via dalla Via Lattea, se è questione di vita o di morte!

Dai, bambino, è l’ora: guardati allo specchio!
Quella che vedi, la tua immagine – quella dinanzi a cui devoto festeggi il trionfo perverso della tua innocenza – altro non è, Narciso, che un tuo riflesso.
Puoi passare tutta la vita a derubare sempre e solo Te Stesso?
Che ne sarà di Te – dopo il saccheggio?
Donati, bambino mio – donati alla pazzia! su, fa’ come la tartaruga nella Casa del Lupo, non temere se ti stanno cuocendo a fuoco lento!
Sono lacrime bollenti che stai piangendo.
Ma non temere, tu adesso «hai» Lei, la tua compagna, Apollo adesso ce l’hai! È la Vergine di Luce – la Santa che ti allucina riguardandoti dallo specchio.