La Fame e il Tempo

In origine la cera era immersa nel miele: la Lingua Umana era immersa nel Linguaggio Animale. Gli uomini, allora, non si distinguevano dagli animali. Allora, non c’era che miele allo stato puro, allo stato di natura, miele selvatico e analfabeta.
Il miele è la Lingua della Natura. La Natura «parla». E tutto ciò che di Se Stessa dice è Fame. Una sola parola è tutta la Lingua del Mondo. Ovunque, in qualunque gergo o dialetto, quella parola, espressa o sottintesa, è sempre Fame.
Se non intendi questo, perdi di vista la metafora del Racconto sin dal suo esordio: come altro ti spieghi che a possedere il miele, suo proprietario unico ed esclusivo, sia il lupo – e che il «miele d’ape» sia solo una sua tardiva e annacquata riproduzione? Come – se non riandando alla «bocca» affamata per antonomasia? Non si dice avere una fame da lupi?

fame da lupiSi dice: avere una fame da lupi, per dire quella «fame» che non si dà pensiero neanche di Se Stessa, e che perciò sa dire solo: «voglio», cioè solo un continuo cieco ripetere: «datemi da mangiare!».
Per fare un lupo, non conta «quanto» a una bestia ci vuole per saziarla. Ciò che ne fa un lupo è che parla solo quando ha fame – anzi, che fa parlare solo la sua fame, e per tutto il resto tace.

Il miele, da cui la cera umana si distacca, è Fame. La Fame è tutta la Lingua di Natura. La Natura non dice altro che: «Fame!».
«E la Fame, cioè la Morte, creò la Mente, dandosi pensiero di Se Stessa» (Brhadâranyaka Upanisad, 1: 2).
Tutto nella Morte era dunque «mortalmente» immerso: il mondo dell’Esserci [il nostro mondo umano] «era immerso» nel sonno dell’Essere. Dal «tutto» inconscio non s’era ancora disgiunto quel «discreto» tale da «darsi pensiero» di qualcosa – tale che «disgiungendosi» dal miele venisse a popolare un Paese paradossale: un Paese fatto della cera di un sentimento «spaesato».

Qualunque cosa voglia dire la metafora della cera e del miele, e legittimo o no che sia questo mio maldestro tentativo di farle scivolare addosso una filosofia che non le appartiene, una cosa rimane però ferma: che essa, qualunque cosa voglia dire, è «sul tempo» che fonda la possibilità stessa di dirla. Tutto ciò che ha da dire, è che c’è un «tempo» che va dal miele alla cera.
Dal miele alla cera solo questo succede: una successione in cui il «successivo» si disgiunge dal «corpo» del «precedente».

Possa io avere un corpo! – pensò la Mente. E cantando, si mosse (Brhadâranyaka Upanisad, 1: 2).
La metafora, in fondo, non dice nient’altro che questo: che il «successivo» (la cera) dà «corpo» alla nostalgia del «precedente» (il miele), e che questa nostalgia di miele dà, a sua volta, voce a una canzone le cui strofe «vanno via» a cercare fortuna altrove, per poi tornare [se e quando ci riescono] al solito ritornello.

In origine, in principio, all’inizio, c’era una volta: di solito è così che un conto o racconto comincia. Comincia col darsi innanzi tutto un tempo.
Un conto ha sempre bisogno di prendere tempo, anche quando crede di prendere tutt’altro: di fare i conti col tempo, anche quando pensa di contare tutt’altro.
Il tempo si dà. Ognuno se lo prende. Il tempo è pubblico. Il tempo, come dice Aristotele: «è egualmente in ogni luogo e presso ogni cosa» (Fisica, 4: 218b). Il tempo è dato a tutti gli «enti». Perciò, quale che sia il conto, ciò che conta è sempre il tempo innanzi tutto. E dunque, ciò che in fin dei conti conta, è che chi lo conta, lo conti esplicitamente – ovvero sapendo che il tempo è sempre l’«innanzi tutto», dato il quale a chi conta o racconta «è dato tutto» il suo possibile. Il tempo è la Casa delle possibilità.

In origine, in principio, sin dalla prima volta – il tempo si dà pubblicamente, come una prostituta si lascia prendere da chiunque passi dalle sue parti. Il tempo è sempre una [femmina che si è] «data». Il tempo non può fare a meno di offrire il suo «corpo»: prendete e mangiatene tutti! Il tempo è il «sapore» dell’Essere: ovunque affondino i denti di chi lo «consuma», lo sappia o non lo sappia, è di una [possibilità a lui] data che si nutre.

Adolf Wölfli - Overview
Adolf Wölfli – Overview

Il miele e la cera, l’Essere e l’Esserci, sono qualcosa come due «epoche» che hanno facoltà di «datarsi» a vicenda. L’una è fatta per «richiamare a sé» l’altra. Tutto ciò che l’una ha da dire all’altra è: «Cercami – dacché mi sono a te data! Cercami, ché sono la tua data».
Il «tempo del miele» scorre e non si ferma mai. Ignora l’«istante» o qualunque «stare», consistere o sussistere: come il πάντα ρεί di Eraclito, non si lascia mai determinare. Hai voglia a dire: fermati, o sole! – esso va, e del suo andamento a noi nulla è dato sapere.
Il «tempo della cera» è, per così dire, un tempo «a scartamento ridotto»: ogni suo «ora» è miele annacquato, misto a rugiada, confuso negli umori di un mattino ignaro di se stesso, che si trova a malapena a intuire di succedere a una notte. A intuire di «succedere» in un inizio, ossia in uno di quei «non più» di cui si può a stento dire: «c’era una volta».

La cera sente il tempo solo al di qua dell’«orizzonte degli eventi»: del suo evento, del suo avvenire. A tracciarle la «linea di frontiera» è il manifestarsi della sua «differenza» dal miele – differenza che in nient’altro consiste che in un «differire» del tempo, in un «rinviarsi» di un ora a un allora, insomma in una variazione temporale, una variazione che solo il tempo rende possibile, un mutamento nell’auto-riproduzione inconscia del «miele di Lupo».
È grazie a una «variazione ritmica», a una variazione del «ritmo produttivo» del πάντα ρεί, piccola quanto può essere piccolo un «passo della tartaruga», che la spensieratezza arriva a «darsi un pensiero» in cui ripensare la propria (perduta) abbondanza di miele. Pensarla, ovviamente, come ciò che la chiama «da fuori». Come ciò di cui è «privata», «espropriata», «derubata».