Miele di lupo

Il fatto che l’acquisizione del miele risalga al periodo mitico in cui gli animali non si distinguevano dagli uomini – scrive Lévi-Strauss – non ha nulla di sorprendente, giacché il miele, prodotto selvatico, dipende dalla natura. A questo titolo, esso deve essere entrato nel patrimonio dell’umanità quando quest’ultima viveva ancora allo «stato di natura», prima che s’introducesse la distinzione fra natura e cultura, e in pari tempo quella fra uomo e animale (Dal miele alle ceneri, p.75).

«In origine, dice il racconto, gli uomini non si distinguevano dagli animali»: i loro linguaggi non differivano l’uno dall’altro.
Allora, il «proprietario del miele» era il Lupo. E il Lupo a nessuno lo faceva assaggiare. Nessuno, allora, sapeva niente del miele. Finché un giorno una piccola tartaruga bussò alla porta del Lupo e disse: «Lasciami vedere di che si tratta».lupo ulula alla luna

Di miele, allora, ce n’era così tanto che, a detta di Virgilio, trasudava dalle querce e si confondeva con la rugiada (Bucolica 4: 30). Quella, dice il poeta, era l’età dell’oro: era il «regno di Saturno», il regno in cui «solo» Saturno regna – così come, nel racconto Opaié, «solo» il Lupo è «proprietario» del miele.
Il Lupo, dice il racconto, lo «condivideva» solo coi suoi «figli». Solo i «figli della Lupa», Apollo e Artemide, allora non dovevano andare a cercare il miele chissà dove: ce l’avevano in casa, e in un’abbondanza tale che mattina e sera ci sguazzavano dentro.
Nessun altro «animale» poteva però partecipare al loro banchetto. Apollo, il «lupacchiotto», era pronto a scagliare le sue frecce contro ogni «pretendente» al miele della mamma.
A nutrirsi di miele, era solo il «figlio della Lupa» (l’Antico, l’Unigenito della Fame, il Poppante) che è nell’uomo.

Sa di miele – dice il racconto Opaié. – Il nostro «fondo» sa di miele. Il fondo di ogni nostro sapere affonda nei tempi della «foresta», a quando non c’era il miele o, il che è lo stesso, a quando c’era solo il miele, ma quel miele era interdetto. Un frutto proibito, dice il Testamento. Un sapore letale. Fatto di Lete. Un miele divorato dalla fame di chi se lo mangiava e se lo scordava. Un miele gustato e dimenticato nello stesso tempo. Un sapore non registrato, non ancora, come un sapere. Del resto, in quale posto «scriverlo» là dove tutto è miele? Si può scrivere miele sul miele?

Sa di lingua – dice il racconto Opaié. – Il nostro parlare sa di lingua. Il fondo di ogni dialetto affonda nei tempi delle Voci della Foresta, a quando non c’era nessuna lingua o, il che è lo stesso, a quando ogni singolo animale parlava una sua propria lingua e vantava quella «proprietà» linguistica che doveva però essere «consumata» e insieme interdetta, perché sorgesse un minimo di linguaggio condiviso da più «animali».
Il Lupo deve essere «espropriato» del suo linguaggio – di quel linguaggio che fedele solo a Se Stesso rimane «chiuso» a ogni partizione, per insistere nel suo continuo ululare: «ho fame». Di un linguaggio «chiuso» nel suo cannibalismo immaginario, sempre pronto cioè a «mangiarsi» l’altro, pur di saziare il suo desiderio. Di un linguaggio che non riconosce nessun patto, e che a nessuna alleanza simbolica si presta – perché non «deve» niente a nessuno.
La Lupa, il suo miele, il suo nutrimento (alimentare), lo lascia «consumare» soltanto ai suoi figli, e questi – in cambio – proteggono Lei e la sua Casa, tenendola al riparo da ogni «consumo» (sessuale).

Abbiamo dunque fatto un lungo giro. L’abbiamo presa davvero alla larga. Ma forse non potevamo fare diversamente. Forse non c’era, non per noi, una qualche scorciatoia.
E alla fine del giro eccoci a quelle «conclusioni» (provvisorie finché si vuole) che l’Autore della qui presente Sceneggiata aveva già mente (a sua insaputa, certo!) quando iniziò a «scriverla».
La «castità» di Apollo, ora ha un suo proprio «posto» nel Racconto. Ha un suo «donde» (il seno di sua madre: pardon, la Casa del Lupo) da cui eredita vizi e virtù. Apollo, in quanto «consumatore alimentare» del latte materno, in quanto cioè prigioniero del linguaggio immaginario infantile, delle sue gelose «esclusività» (egli esclude ogni altro «concorrente» ai benefici di quel cibo), è condannato all’astinenza dal «consumo sessuale».
Di più: è condannato a «distruggere» i suoi «amati». A distruggerli (questo è bene ricordarlo) da lontano, cioè senza avere con essi un qualche contatto carnale. Ciò che non può perdonare a nessuno di loro, è che sono essi i padroni del suo desiderio.

Apollo è Peter Pan – eterno bambino affamato di padronanza sui corpi da cui s’attende un nutrimento. Eternamente però sotto scacco della Regina nella cui immagine Apollo vede il suo desiderio alienarsi.
Lo vede «fuori di sé», e non è «suo» come il seno della mamma. Apollo vuole, Apollo desidera la sua Vergine di Luce, ma sa volerla solo in quel modo infantile di ciucciare latte dalla tetta della mamma. La sa volere solo «tutta per sé», e perciò il suo orecchio è sensibile alle porcherie verbali di Corvo Nero – a quel diavolo parlante che non si rassegna all’idea che sia un altro a consumare in vece sua una bella luna di miele.
Quell’altro è grande, quell’altro è adulto, quell’altro è forte (Ισχύς). E la lingua che parla, è un’altra lingua – una lingua simbolica, aperta cioè alla Legge, al Tabù e alla Concorrenza.

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Coronide «tradisce» Apollo

Puro, casto, immacolato e, perché no?, timido (del timore che è di tutto ciò che è acerbo, e «ha paura» a crescere), ma proprio perciò sterile e infecondo, è il linguaggio di Apollo, il «lupacchiotto».
Dovrebbe fare a meno del ciucciotto, e astenersi sì, ma dal latte materno, non dal miele della sua Desiderata. Apollo insiste in un «consumo alimentare» che farebbe bene a smettere. Se l’ha smesso, farebbe bene a smettere anche il «consumo immaginario» dei suoi desideri.
Ma perché Apollo pervenga a un «consumo simbolico» del sesso, bisogna prima che nel suo orecchio si restauri quel tempio che Corvo Parlante, con le sue bestemmie, ha profanato.