Lacan – Lo stadio dello specchio

L’attitudine del bambino tra i sei e i diciotto mesi in presenza d’uno specchio, ci dà informazioni sulla relazione fondamentale dell’individuo umano con l’immagine.
Il giubilo del bambino davanti allo specchio dura per tutto questo periodo, […] ma la cosa più importante non è la comparsa di questo comportamento a sei mesi, ma il suo declino a diciotto mesi. Bruscamente il comportamento cambia completamente per non diventare altro che apparenza, Erscheinung, un’esperienza tra le altre, sulle quali esercitare un’attività di controllo e di gioco strumentale. Tutti i segni manifestamente accentuati del periodo precedente sono scomparsi.
Per spiegare cosa succede farò riferimento a un termine (introiezione) che certe letture hanno dovuto rendervi per lo meno familiare, uno di quei termini che adoperiamo confusamente, ma che ciononostante corrispondono in noi a uno schema mentale […].
Vi supplico di non precipitarvi a dare a questo termine un significato troppo definito. Diciamo che lo si usa quando avviene come un capovolgimento: quello che prima era «di fuori» diviene «di dentro» […].

Il momento in cui scompare lo stadio dello specchio presenta un’analogia con quei momenti di altalena che si produce in certi momenti dello sviluppo psichico. Possiamo constatarlo in quei fenomeni di transitivismo in cui si vede che per il bambino la sua azione e quella dell’altro si equivalgono. Dice: «Francesco mi ha picchiato», mentre è lui che ha picchiato Francesco. Vi è in quel punto uno specchio instabile tra il bambino e il suo simile. Come spiegare questi fenomeni?
C’è un momento in cui, tramite la mediazione dell’immagine dell’altro, si produce nel bambino l’assunzione giubilante di una padronanza non ancora ottenuta. Ora, questa padronanza, il soggetto si mostra affatto in grado di assumerla all’interno. Altalena.
Beninteso, può farlo solo allo stadio della forma vuota. Questa forma, questo involucro di padronanza, è qualcosa di talmente certo che Freud […] non può esprimersi altrimenti; leggete L’Io e l’Es. Quando Freud parla dell’ego, non si tratta affatto di non so che d’incisivo, di determinante, d’imperativo, attraverso cui si confonderebbe con quelle che nella psicologia accademica si chiamano le «istanze superiori».
Freud sottolinea che [l’ego] deve avere il più stretto rapporto con la superficie del corpo. Non si tratta della superficie sensibile, sensoriale, impressionata, ma di quella superficie in quanto riflessa da una forma. Non esiste forma che non abbia superficie; una forma è definita dalla superficie, dalla differenza nell’identico, cioè dalla superficie.
L’immagine della forma dell’altro è assunta dal soggetto. Situata al suo interno, questa superficie è quella grazie alla quale viene introdotto nella psicologia umana quel rapporto tra il «di fuori» e il «di dentro», attraverso il quale il soggetto si coglie, si conosce come corpo.
D’altra parte è la sola differenza fondamentale tra la psicologia umana e la psicologia animale. L’uomo sa di essere corpo, mentre dopo tutto non vi è alcun motivo che lo sappia, poiché egli è dentro. L’animale è anch’esso dentro, ma non abbiamo alcun motivo per pensare che se lo rappresenti.
In un movimento di altalena, di scambio con l’altro, l’uomo impara a conoscere se stesso come corpo, come forma vuota del corpo. Analogamente tutto ciò che in quel momento è in lui allo stadio di puro desiderio, desiderio originario, incostituito e confuso, quello che si esprime nel vagito del bambino, è invertito nell’altro che egli imparerà a riconoscerlo. Imparerà, perché non l’ha ancora imparato fintanto che non abbiamo messo in gioco la comunicazione.
Questa anteriorità non è cronologica ma logica e in questo caso non facciamo altro che una deduzione. Ciononostante è fondamentale, dato che ci permette di distinguere i piani del simbolico, dell’immaginario e del reale […].

bambino_specchio

Prima che impari a riconoscersi, diciamo adesso la parola, tramite il simbolo, il desiderio è visto solo nell’altro.
All’origine, prima del linguaggio, il desiderio esiste sul solo piano della relazione immaginaria dello stadio speculare, proiettato, alienato nell’altro. La tensione che provoca è allora sprovvista di sbocco. Cioè non ha altro sbocco, Hegel ce l’insegna, che la distruzione dell’altro.
Il desiderio del soggetto non può in questa relazione essere confermato se non in concorrenza, in rivalità assoluta con l’altro nei confronti dell’oggetto verso cui tende. E ogni volta che in un soggetto ci avviciniamo a questa alienazione primordiale, si genera l’aggressività più radicale, il desiderio della scomparsa dell’altro in quanto supporto del desiderio del soggetto.
Ci ricolleghiamo allora a quel che del comportamento dei soggetti può osservare il semplice psicologo. Per esempio sant’Agostino segnala quella gelosia struggente, scatenata, che il bambino piccolo prova per il suo simile e principalmente quando questi è appeso al seno di sua madre, cioè all’oggetto del desiderio che per lui è essenziale.

Ecco una funzione centrale. La relazione esistente tra il soggetto e il suo Urbild, il suo Ideal-Ich, attraverso cui entra nella funzione immaginaria e impara a conoscersi come forma, può sempre oscillare. Ogni volta che il soggetto concepisce se stesso come forma e come io, ogni volta che si stabilisce nel suo statuto, nella sua statura, nella sua statica, il suo desiderio si proietta al di fuori. Ne consegue l’impossibilità di ogni coesistenza umana.
Ma, grazie a Dio, il soggetto è nel mondo del simbolo, cioè in un mondo di altri che parlano. Per questo il suo desiderio è suscettibile della mediazione del riconoscimento. Altrimenti ogni funzione umana non potrebbe far altro che consumarsi nella voglia indefinita della distruzione dell’altro in quanto tale.
Inversamente ogni volta che nel fenomeno dell’altro compare qualcosa, che permette di nuovo al soggetto di ri-proiettare, di ri-completare, di «nutrire» come dice Freud da qualche parte, l’immagine dell’Ideal-Ich, ogni volta che si riproduce in modo analogico l’assunzione giubilante dello stadio dello specchio, ogni volta che il soggetto è conquistato da uno dei suoi simili, ebbene, il desiderio ritorna nel soggetto.
Ma ci ritorna verbalizzato.

(Lacan, Il Seminario, 1)