Lévi-Strauss – L’enfasi e la ripetizione

Grazie ai miti si scopre che la metafora si fonda sull’intuizione di rapporti logici fra un dato campo e altri campi, nell’insieme dei quali, semplicemente, essa reintegra il primo, quantunque il pensiero riflessivo si ostini a separarli. Anziché aggiungersi al linguaggio alla maniera di un abbellimento, ogni metafora lo purifica e lo riconduce alla sua natura prima, cancellando, per un istante, una delle innumerevoli sineddoche delle quali è fatto il discorso.
Se i miti e i riti manifestano dunque una predilezione per l’iperbole, non si deve vedere qui un artificio retorico. L’enfasi è ad essi connaturata, esprime direttamente le loro proprietà, è l’ombra visibile di una struttura logica che rimane nascosta. Inscrivendo il sistema di rapporti umani in un contesto cosmologico che sembra sopravanzarli da ogni parte, ma che […] considerato nella sua totalità, è a essi isomorfo e che, a modo suo, può includerli e al tempo stesso imitarli, il pensiero mitico ripete un procedimento linguistico di cui è superfluo sottolineare l’importanza.

Adolf Wölfli - Adolf Raad Hall Amazon
Adolf Wölfli – Adolf Raad Hall Amazon

Alludiamo alla reduplicazione, conosciuta in ogni lingua benché praticata in modo non uniforme. Se la si osserva più spesso nel linguaggio infantile, non è certo in ragione di un carattere primitivo e illusorio, ma perché, trattandosi di un procedimento fondamentale, esso rientra nel novero di quelli di cui l’infante non può fare a meno dacché parla. Nessun altro, del resto, contribuisce maggiormente all’avvento di una condotta linguistica.
Il gruppo di fonemi /pa/ è già presente allo stadio del balbettio. Ma la differenza tra /pa/ e /papa/ non deriva solo dal raddoppiamento; /pa/ è un rumore, /papa/ è una parola. Il raddoppiamento testimonia dell’intenzione del soggetto parlante; esso conferisce alla seconda sillaba una funzione diversa da quella che sarebbe toccata alla prima sillaba se pronunciata da sola, o da quella che avrebbe comportato, nel suo insieme, la serie virtualmente illimitata di suoni identici /papapapapa …/ generata dal balbettio. Pertanto, il secondo /pa/ non ripete né significa il primo. Esso è il segno indicante che, al pari di se stesso, il primo /pa/ era già un segno e che la loro coppia si situa dalla parte del significante, non del significato […]
In virtù del raddoppiamento il secondo membro sottolinea enfaticamente l’intenzione significante, la cui presenza nel primo membro sarebbe stata dubbia se esso fosse rimasto solo. /Pan!/ è un’esclamazione che interrompe il senso; ma nella frase /ti farò panpan/ detta a un bambino, /panpan/ è una parola che designa una serie di azioni nessuna delle quali, forse, sarà accompagnata dal rumore annunciato. Pertanto, pure in questo caso il secondo termine esplica la funzione di segno: esso sta cioè a indicare che anche il primo termine era un segno e non un rumore emesso in modo gratuito o semplicemente imitato. Altre forme di enfasi rientrano nella stessa interpretazione. Per limitarci a un esempio, l’arte della caricatura consiste nello sfruttamento enfatico di una apparenza sensibile, ispirato dal desiderio non già di riprodurre il modello, ma di significare questa o quella funzione o aspetto. […]

Il carattere distintivo dei miti […] permette di vedere in esso una matrice di significazioni ordinate in linee e colonne, ma dove, in qualsiasi modo si effettui la lettura, ogni piano rinvia sempre a un altro piano. Analogamente, ogni matrice di significazioni rinvia a un’altra matrice, ogni mito ad altri miti. E se si chiede a quale ultimo significato rinviino queste significazioni reciproche, che deve pur sempre riferirsi tutte insieme a qualcosa, l’unica risposta […] è che i miti significano lo spirito, il quale li elabora per mezzo del mondo di cui esso stesso fa parte. Possono così essere simultaneamente generati sia i miti stessi, per opera dello spirito che li origina, sia, per opera dei miti, una immagine del mondo già inscritta nell’architettura dello spirito.

Adolf Wölfli - London 1911
Adolf Wölfli – London 1911

Prelevando la propria materia nella natura, il pensiero mitico procede come il linguaggio, che sceglie i fonemi fra i suoni naturali, l’emissione dei quali gli fornisce una gamma praticamente illimitata. Infatti, al pari del linguaggio, il pensiero mitico non potrebbe indistintamente accettare nella loro sovrabbondanza questi materiali empirici, utilizzarli tutti e porli su uno stesso piano. Anche in questo caso ci si dovrà piegare di fronte al fatto che la materia è lo strumento, e non l’oggetto della significazione. Affinché la materia si presti a questa funzione, è anzitutto necessario impoverirla: conservando, di essa, solo un esiguo numero di elementi idonei a esprimere dei contrasti e a formare coppie di opposizioni.
Ciononostante, come nel linguaggio, gli elementi respinti non si dissolvono. Essi vengono a rifugiarsi dietro quelli promossi al grado di capifila, che li mascherano con il loro corpo e che sono costantemente pronti a rispondere per tutta la colonna e, all’occorrenza, a chiamare questo o quel soldato fuori della fila. In altri termini, la totalità virtualmente illimitata degli elementi rimane sempre disponibile. L’ordine interno di ogni colonna può essere modificato, il loro numero può variare per fusione o fissione di alcune di esse.

Tutto ciò è possibile, ma a due condizioni: che un cambiamento interno riguardante l’organizzazione di una colonna sia accompagnato da un cambiamento dello stesso tipo nelle altre; e che il principio della formazione in colonne continui a essere rispettato. È infatti indispensabile che i termini separati dagli intervalli più piccoli siano raggruppati e ridotti allo stato di varianti reciproche, affinché ogni battaglione possa prendere campo e mantenere una distanza sufficientemente ampia dagli altri battaglioni.

La pluralità dei livelli appare quindi come il prezzo che il pensiero mitico deve pagare per passare dal continuo al discreto. Esso è tenuto a semplificare e ordinare la diversità empirica, secondo il principio che nessun fattore di diversità potrebbe essere ammesso a lavorare per proprio conto nell’impresa collettiva di significazione, ma solo in qualità di sostituto, abituale o occasionale, degli altri elementi classificati nello stesso groviglio. Il pensiero mitico non accetta la natura se non a condizione di poterla ripetere.
Contemporaneamente, esso si assoggetta a conservarne solo quelle proprietà formali che permettono alla natura di significare se stessa e che pertanto hanno vocazione di metafora. Ecco perché è inutile cercare di isolare, nei miti, dei livelli semantici privilegiati: o i miti così trattati diverranno insulsi, o il livello che crederemo di avere astratto ci sfuggirà per riprendere automaticamente il proprio posto in un sistema che comporta sempre vari livelli.
Soltanto allora la parte si mostrerà soggetta a un’interpretazione figurata, per mezzo di un tutto atto ad assolvere a questa funzione: infatti, una sineddoche tacita ne aveva dapprima estratto questa parte, che le metafore più eloquenti del mito rinviano al tutto il compito di significare.
(Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto)