La figura dell’orfanello

Nel mitologema del fanciullo divino, Kerényi individua due «costanti» narrative: la solitudine del fanciullo e la sua familiarità col mondo primordiale. Il fanciullo è solo e abbandonato, è un orfano o un trovatello, un «senza padre né madre», che può contare solo sulle sue forze e sull’aiuto «divino».
Esposto su un monte, abbandonato al suo destino, lo è ogni bambino che dalla «natura» deve fare il cammino che lo porterà alla «cultura»: dal monte selvatico delle sue origini egli deve scendere, da solo, in città. Deve mettere piede in un consorzio umano. E perché questo avvenga, egli deve trovare la sua strada. Che può essere più o meno bazzicata, da avventori e lestofanti. Che può essere una via maestra o un sentiero fuori mano: una scorciatoia o, viceversa, una via che si dilunga e che rinvia a un’altra, e poi a un’altra ancora, pur di non sapere che non porta da nessuna parte.
A ognuno tocca la sua. Ognuno percorre la via del suo destino, la via che a lui in proprio è tracciata dalla sua Fata. Da Colei che è la sua Nutrice, che lo sostiene in vita finché uomo non diventa.

Francis G Allenby - L'orfanello
Francis G. Allenby – L’orfanello

Di fronte all’insistenza con cui la figura dell’orfanello ritorna nella mitologia e nel folklore di tutti i continenti, Kerényi si domanda: «Non sarà forse l’orfanello della favola l’antenato del fanciullo divino? non sarà stata la mitologia a prendere in prestito questa figura, elevandola a dignità divina, dalla semplice illustrazione di un tipo di destino umano ugualmente possibile nelle più varie civiltà? O il caso è proprio l’opposto? Che la precedenza sia del fanciullo divino, e l’orfanello della favola sia nient’altro che il suo pallido riflesso? Che cosa è qui l’originario: la favola o il mito? Che cosa era prima: la solitudine nel mondo primordiale o la rappresentazione meramente umana della sorte degli orfani?».

Ma la domanda ha senso solo là dove l’«originario» sia già preventivamente ridotto a un puro «precedente storico»: a un ennesimo «viene prima l’uovo o la gallina?».
Originario è semmai ciò che riguarda l’origine, ciò che fa parlare l’origine e che all’origine dà la sua parola.
Che c’è dunque di più «originale» del Racconto che nella sua trama narrativa accoglie la figura del trovatello, ossia la metafora dell’Origine stessa che (non può essere altrimenti!) è orfana di scienza e di coscienza?
Che si tratti di un orfano «qualunque» o di un pargolo divino, non fa nessuna differenza. Anzi, la metafora proprio questo contempla: che il «qualunque» è, esso, il «divino»: che il naturale, il selvatico, il solitario senza arte né parte, ha in sé un’attitudine «divina»: quella grazie a cui in ogni bambino può a occhi chiusi ripercorrere il cammino che farà di lui un uomo: il cammino alla co-scienza, alla condivisione di una lingua, alla conoscenza di un’arte, nonché all’interpretazione di una parte (la parte del suo Ich-ideal) nel Teatro Umano.

È dunque l’orfano a portare nella favola e nel mito – come più tardi nella filosofia – l’enigma di cui è portavoce: l’enigma dell’Origine (arkhé).
È la metafora a farsi spazio nella favola e nel mito, e non viceversa: che poi la favola e il mito debbano contendersi tra loro la primogenitura, è in fondo solo un sintomo di quanto in basso finisca per cadere la questione, una volta che la si rovescia.
Proprio là dove i nostri pregiudizi culturali ci spingono a decidere per l’uno o per l’altro dei due corni del dilemma, proprio là la metafora insiste nella sua irrisolta ambiguità a riproporci l’«anonimo» come la «divina matrice» di tutti i nomi di tutte le lingue umane – a ripresentarci «il più ignorante» come «il più dotto» degli uomini, il più piccolo come il più grande, e l’insignificante come il creatore di tutti i significati passati, presenti e futuri, del Verbo a cui le lingue di babele ricorrono per verbalizzare le proprie scienze.

L’enigma dell’arkhé è dunque l’enigma del «da dove» ignorante e analfabeta di tutti i sapienti – perché ogni volta che un bambino nasce, nella sua nascita l’Origine irrompe con tutta la sua incoscienza pura e immacolata, ogni volta immancabilmente lasciandosi percepire solo come questa origine qui, nuda e cruda, selvatica e analfabeta, l’origine di questo barbaro «qui» che vagisce e che nulla sa di dove è capitato, e che pure ha in serbo operatori logici capaci di fare il «miracolo», capaci di rinnovare la magia, per cui l’orfano di sapienza si fa strada nelle lingue e nelle scienze dei suoi tempi e luoghi storici.

Com’è che i bambini principiano a diventare uomini? qual è l’inizio del loro cammino, e quale via essi percorrono, se del mondo umano essi in principio ignorano tutte le vie? e di quali segni si servono, se essi non conoscono nessuna segnaletica sociale?
Tutti i neonati sono «orfani», finché nella parola non si fanno strada fino a guadagnarsi quel padre e quella madre che in principio non hanno. E non ce l’hanno, perché non sanno di averli, o perlomeno non lo sanno nel gergo di quella lingua che parleranno, solo dopo che avranno imparato a chiamarli per nome.
Ma chi è che li guida in questo viaggio alla volta dei Nomi umani, dei Nomi culturali? Chi li tiene per mano, chi li assiste, chi in segreto li protegge? A quale bussola possono orientarsi, a quale magia ricorrere, per giungere a interpretare la babele in cui sono capitati?

Ovunque nascano, in una reggia o in una stalla, tutti i bambini sono presto abbandonati sulla cima d’un monte e qui esposti alle bestie più feroci, ai venti e alle intemperie, alla buona e alla cattiva sorte. Tutti i bambini sono inermi e indifesi, armati solo della propria indifendibile singolarità (o «solitudine»).
In qualunque città essi nascano, sono comunque forestieri. Essi sono della foresta: sono pezzi di foresta vergine che spuntano in città. I bambini sono la selvatica foresta sempreviva che è l’Origine in persona: alla foresta selvatica appartengono e, nella foresta, con gli animali più selvatici intrattengono rapporti di familiarità impensabili per gli abitanti di una qualunque cultura o «città». I bambini sono, in principio, così forestieri che non hanno rapporti se non con gli animali, a cominciare dall’animale che li allatta: una cerva, una lupa o un’orsa a seconda del racconto.

È dunque il Racconto stesso a raccontarci che il primo tratto di strada, la prima «conquista culturale», si compie quando il bambino giunge a dire «mamma»: quando con questo nome chiama la Vicina, la più Prossima alla sua bocca. Il bambino, allora, ha già fatto un bel pezzo di strada. L’ha fatto da solo, per sola compagna avendo la Nutrice sua pulsione a vivere e sapere: a vivere e a saper essere questa solitaria origine qui, questo singolare «essere proprio così», e solo di questo potendosi servire per farsi strada nel mondo dei Nomi umani.

Ma quante peripezie deve affrontare, e a quali e quanti maltrattamenti deve il bambino assoggettare la sua «dotta ignoranza di forestiero», prima che per lui si aprano le porte di connessione alla Rete del Discorso Umano! prima di poter dire «eccomi!» in una lingua di babele, prima di aver diritto a dicere anche lui la sua, il bambino incontra lonza lupa e leone. Li incontra come tetri frammenti sonori che caotici vagano, forestieri essi pure, nella foresta dei suoi pensieri: li incontra che mendicano un senso, che chiedono di essere nominati per essere addomesticati.
Ma come si può «addomesticare» un frammento sonoro, come se ne può fare un nome, un segno, un numero – e soprattutto: come può farlo un bambino da solo tra i «segni forestieri» che incontra nella foresta, se materna una Fata Turchina non lo allatta di quel latte magico che è l’abbiccì insieme divino e animale della sua prima «scienza»?

Nutrice Romana
Nutrice Romana

Latte, latte di capra di lupa o di vacca, sempre latte di mamma animale è. Nutrimento di cui si pascono i nostri primi pensieri, i pensieri della nostra Via Lattea, quelli di prima del pane e dei biscotti, quelli che pensammo venendo giù dal polo – dalla cima del monte scendendo in una città, nella sua lingua sconosciuta, nei suoi intrecci riti e simboli, di usi e costumi vari.

Ma per mettere assieme due o più frammenti «forestieri», bisogna dapprima trovarli. Bisogna che il «forestiero» trovi nel suo abbiccì gli elementi primi, i frammenti «sonori» buoni a significare qualcosa come le lettere di un alfabeto – e per trovarli, bisogna che impari a frammentare le onde del continuum in cui è immerso, bisogna che apprenda a riconoscere, individuare, secernere il questo dal quello.

Ma come si fa a frantumare il continuo, se la Nutrice animale non ci allatta dell’attitudine necessaria allo scopo, ossia di quella pulsione metrica per cui possiamo segnare (o quanto mento simulare) discontinuità in un originario πάντα ρεί?
E che cosa mai intendeva Pitagora dicendo che il Numero è l’arkhé? Non alludeva forse proprio a quel «genio metrico» che ci è innato, a quel genio per cui ogni pulsione a esistere è sempre, insieme, una tensione a sapere, a informare la nostra esistenza, a darle la forma che è a sua misura, a sua immagine e somiglianza, e a misurarla con le altre forme, che sono altre proprio perché da quella nostra forma originaria le distinguiamo?