L’uomo Kierkegaard è cresciuto sul bambino

Come una pianta sulle sue radici, così Kierkegaard è cresciuto sul bambino che fu.
Se non tutto quanto, almeno il filosofo che è nell’uomo Kierkegaard, almeno quello, è venuto su – come un castello sulla sabbia dei racconti di cui il suo udito fu impregnato da bambino: primo fra tutti, il racconto di Abramo e del sacrificio (sventato) di Isacco.
Inutile girarci intorno! Stiamo provando a dire che svezzamento (distacco dal seno materno) e iniziazione (inizio della caccia al Tesoro Perduto) sconfinano l’uno nell’altra – l’uno con l’altra scambiandosi nell’unico «posto» che hanno in comune: sulla lingua! Ciò che alla lingua dell’infante è tolto via (il latte), la lingua alla sua libidine lo richiama e, se va bene, se lo restituisce per mezzo del sapore metaforico d’un «sostituto». Invece del latte, ma sempre dallo «stesso» corpo a cui ha succhiato il latte, la lingua svezzata «reclama» adesso un risarcimento traslato (sul miele).

Il racconto di Abramo non sarà stato il fondamento dell’uomo Kierkegaard, ma comunque gli prestò la metafora per provare a risalire alle sue radici «infantili». Quel racconto lo iniziò alla comprensione di un momento antico che aveva scandito il suo tempo, introducendovi una traumatica ouverture: il momento del distacco dal seno materno.

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Juan de Valdes Leal – Il sacrificio di Isacco

Perciò, quando Abramo dice ad Isacco: «Non te la prendere con dio! il tuo sacrificio, sono stato io, crudele, a volerlo! Non lui! ma io sono stato, io con le mie mani, ad accatastare la legna del tuo rogo, io e non lui – e tuttavia resto pur sempre tuo padre: eccomi qua, sono ancora qua», – allora all’orecchio di Kierkegaard la metafora si fonde con le parole che la madre dice al bambino che svezza, dopo essersi tinta il seno di nero: «Guarda! gli dice: tua madre è sempre qua, a te accanto. Solo il seno a cui ti ho allattato non l’hai più a portata di mano. Cercalo, figlio mio, dacché l’hai perduto – il tuo paradiso d’infanzia! Cercalo altrove, cerca altro, cerca nell’altro un’altra forma di nutrimento. Non più qui, sulla tua antica Via Lattea!».

Sappiamo, più o meno, come andarono le cose (stando al copione della nostra Sceneggiata). Apollo aveva trovato la sua «luna di miele». L’aveva trovata al Solstizio della Luce Vergine. Al culmine del tripudio di Narciso bambino dinanzi allo specchio. In un’allucinazione, Apollo aveva trovato la sua sposa – l’intuizione folgorante di una figura sorta come «bianco da bianco» in un pieno di luce senz’ombra. La Vergine!
Apollo aveva trovato il suo «doppio». L’Immagine Immacolata del suo occhio ingenuo. Apollo ne era stato addirittura «miracolato».
Ma poi?

Poi, come il più timido degli sposi, Apollo si sarebbe consegnato tutto quanto a quel «miracolo», sì l’avrebbe fatto, se solo avesse saputo fare a meno del ministero di Corvo Gracchiante.
Magari, Otello e Desdemona non avrebbero mai cessato d’essere «felici e contenti», se Iago non avesse insinuato nelle pieghe del loro sentimento la gelosia che essi giocavano a nascondersi l’un l’altra.
Eppure Otello, il Corvo, e il seno che la Madre «tinge» agli occhi del bambino, non sono che segni neri, tracce occasionali di quella nigredo, che la lingua infantile deve «elaborare» nella Caverna della παιδεία. La nigredo linguistica non fa uso di simboli. È ancora un «linguaggio animale». È ancora la lingua immaginaria che ogni animale parla, ciascuno nel suo verso diverso.

L’«immaginario» è, a ciascuno, il suo mondo «proprio», il Paese dell’«io-tu e più nessun altro». Io bocca, tu seno. Io lingua, tu sapore di Via Lattea.
È solo un gioco a succhiarsi reciprocamente latte «materiale» e maternità «ideale»: ciò che la bocca «taglia», è la continuità immaginaria del flusso di nutrimento a cui il seno si sente (o realmente è?) «collegato» mentre allatta.

A quel che succede allora tra bocca e seno, non c’è parola di Corvo che non si debba vestire a lutto, quando prova a parlarne. Nessuna che restituisca ad Apollo l’alimento perduto, nessuna che non sia un lamento, il solito lamento, d’averlo perduto. Nessuna che lo sostituisca degnamente. Nessuna che stia al posto del seno, nessun sapore che non sia il latte della Lupa. Apollo è peggio di Peter Pan!
Il seno della mamma, non l’allatta più, ma Lui è rimasto bambino – è ancora quel bambino, anche se sopra vi è cresciuto un uomo. Lui è ancora quello sguardo infantile, anche se non vede più il seno della mamma.
Quel seno, Apollo l’ha perduto. E tuttavia Apollo, almeno per dodici notti all’anno, ha comunque la Mamma. Quel seno sulla Via Lattea è una macchia nera, ma quella è sempre la Pancia della Mamma.
Guai a chiunque osi profanarla!