Mamma Lupa

C’è un personaggio che, a questo punto, non può starsene più nascosto dietro le quinte della nostra Sceneggiata.
Parlo di Mamma Lupa, parlo della Lupa di Romolo e Remo, della Lupa dalle molte mammelle. Una sua «immagine» c’è già passata dinanzi! per un attimo l’abbiamo sfiorata! È ora che si faccia vedere un po’ meglio, che venga in primo piano sulla scena! – perché abbiamo già sentito parlare di una Vecchia (dea) dalle molte mammelle: se ne parlava a proposito di Madre Scorpione, la Signora che sorveglia il «flusso delle anime» al valico tra la Via Lattea e lo Zodiaco.

lupa-romaA questo punto ci sorge un dubbio: non sarà per caso la «non costellazione», la «Macchia Nera» che si estende tra il Lupo e lo Scorpione, essa la mitologica Madre di tutti i viventi, la Madonna Nera che «alimenta» col latte del suo seno tutte le luci della Galassia?
Non può essere che, una volta «oscurata» la gloria della Signora Nera, di cui la Notte orfica o la Demetra eleusina sono le ultime «reliquie» sopravvissute all’oblio nei racconti dell’Occidente – non può essere che, col sopravvento delle «teologie della Luce», l’attributo della «polimastia» (il culto della Dea dai molti seni è antichissimo!) si trovò a essere «conteso» dalle costellazioni a Lei limitrofe?

Insomma: se fosse la Macchia Nera, essa la chiave del Racconto – essa la datrice del «doppio canone» che lo regge e lo rende possibile?
C’era in principio la Notte (canone zero) – c’era in principio la Luce (canone uno). Di modo che il Racconto là dove racconta che i seni della Notte segnano i confini delle costellazioni, si trova a dover dire, insieme, anche che a rendere visibili le luci delle stelle, è lo sfondo della Notte.
La Notte illumina le stelle, la Notte partorisce Eros primogenito, Era allatta Eracle, le luci spuntano come capezzoli sui seni di una Madonna Invisibile. Le luci si nutrono del suo latte. Perciò diciamo che in cielo corre la Via Lattea. Diciamo: quello è il latte con cui Era allatta Eracle, ovvero il poppante che è destinato a dare nome e gloria alla sua Nutrice Oscura.
Le stelle nominano e glorificano la Notte, la «chiamano», le luci reclamano ciascuna tutte per sé le sue mammelle. Ma Era respinge il piccolo poppante. Via da me! – è ora di svezzarti! – gli intima. E le ultime gocce di latte si spargono in cielo, «fuori» dalla Via Lattea.

La Macchia Nera è la pancia del lupo aperta a generare nuovo mondo, a dare futuro a Cappuccetto rosso. La Macchia Nera è il misericordioso grembo di Nonna dell’Universo. Di Colei che «si sacrificò» in principio. Che si ritirò dietro le quinte. Che si rese invisibile. Che svanì – per lasciar essere le luci al posto suo. E perché quelle luci illuminassero quel posto.

Ora, se la Notte dobbiamo spingerla a venire in primo piano, a esibirsi nella qui presente Sceneggiata, siamo costretti a contraddire l’«oscurità» del suo canone, costretti a invertirlo pur di darle degli «abiti di scena»: costretti cioè a travestirla di sembianze che la personifichino, che facciano luce sul suo conto. In modo da poterla «riconoscere», benché sempre invisibile ci rimanga.
E dunque, ci serve una Lupa per «significare» la Notte. Ci serve una Tenebra che spezzi la sterile monotona verginità d’un flusso di luce senz’ombra.

Ma se è così che deve essere, non dobbiamo fare chissà quale funambolismo. Perché la Lupa ce l’abbiamo già: è Latona (detta alla latina) Leto (per i Greci).
Il Racconto dice infatti che la dea fece all’amore con Giove in sembianze di lupa. E dice che i gemelli che da quell’unione nacquero (Apollo e Artemide) dovevano, ogni anno, per dodici giorni ritornare nella Tana del Lupo, ovvero nel loro «nido» originario.
Ma a fare che cosa? – ecco una bella domanda.
Visto che la Lupa allatta, viene da rispondere che essi tornano a prendere altro «latte». A prendere un’altra dose del loro primo nutrimento «naturale». Tutti gli altri cibi (e, di conseguenza, tutti gli altri appetiti) vengono dopo! Si sovrascrivono ai primi «sapori» fino a costruirvi sopra delle «sapienze». Ma ogni «sapienza» diventa «insipida» se ogni anno Apollo e Artemide, essendo nati lupacchiotti, non vanno a riprendere un certo tot di «latte di lupa». Se non tornano cioè a nutrirsi di un «cibo naturale».

Artemis_Ephesos
Artemide Polimastica di Efeso

Ora, il fatto è che di Latona non sappiamo quasi niente. Non ne abbiamo che poche, scarne e frammentarie notizie. Della sua (chissà quanto arcaica) iconografia è sopravvissuta però un’«immagine»:

QUELLA

che la nostra Sceneggiata «vuole» fare sua, per utilizzarla come Quadro della Seconda Scena (quella in cui si racconta dell’«antefatto» della Prima).

Non potevamo fare altrimenti. Dovevamo attenerci rigorosamente all’ordine di apparizione delle costellazioni in cielo: dal Cratere, passando per il Corvo e la Vergine, eccoci giunti alla Lupa Nera, all’Antica Dea dai Molti Seni, a cui si allattano tutte le luci dell’universo.
Eccoci giunti all’«incrocio meridionale» della Galassia con lo Zodiaco – giunti, dunque, a uno dei due «punti immobili» della Macchina Cosmica. A una delle due Stazioni Immutabili – per la cruna del cui ago eternamente passa l’Eclittica.

Siamo giunti alla Stazione d’Occidente, e la Sceneggiata che cosa ci propone? Nientemeno, l’«immagine» della Madonna (nera) con in braccio il bambino!madonna nera con bambino
Apollo Paiòn è «geloso» del corpo della Mamma. Geloso del suo seno, del suo latte. Ed eccolo a tirare frecce dal suo arco – frecce di gelosia contro chiunque tenti di «sedurre» Latona.
Eccolo, è ancora bambino, e già impugna l’arco del Sagittario. È così che tiene alla larga i «pretendenti», gli «adulti», quelli che non sono più lattanti.

Ma se non sono più lattanti, quale altro «nutrimento naturale» stanno essi a pretendere dal corpo di Latona? Ora che non hanno più bisogno di latte, e tuttavia hanno bisogno di «mangiare crudo», per ridare sapore alla loro insipida sapienza – ora cosa possono gli «adulti» venire a cercare nella Casa della Lupa?

L’adulto torna là dove da guaglione ebbe il latte.
Ci torna per prelevare un secondo «alimento naturale»: il miele.
L’adulto non vuole altro che prendere Latona e partire con lei per una «luna di miele»: si dice ancora così, per dire una voglia di «nozze». Una di quelle «voglie» che richiama l’adulto al corpo della Donna. L’adulto scopre che il posto del suo desiderio è lo stesso dove un tempo saziò la sua «fame di lupo». Sempre il «corpo nero» della Donna. Sempre il corpo di «luce nera» della Madre dei Viventi.
Quale altra «lingua» può dunque l’adulto parlare per dire il suo desiderio, se non quella stessa che parlò da bambino, quando ancora non parlava parole umane, parole simboliche, ma appena le balbettava?
Se le parole d’amore si confondono sempre coi balbettii dei lupi famelici che fummo da bambini, è perché provengono dalla loro stessa Casa.
Da una stessa Casa provengono latte e miele, fame e desiderio.