La semplicità della Regola

«Per tal libertà, assunsero una lodevole emulazione di fare tutti quello che vedevano fare a uno di loro» (Rabelais)
«Il desiderio è il desiderio dell’altro» (Lacan)

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Escher

Non è stato per alleggerire la questione che abbiamo tirato in ballo Rabelais e la sua regola godereccia. Ma per una «simpatia» evidente con la Regola del nostro gioco.
La Regola è quanto più libertaria non si potrebbe concepire: fa’ quello che vuoi. Ma se tutti si attengono ad essa, succede che fanno tutti la stessa cosa! si «copiano» l’uno dall’altro la stessa «libertà di principio»!
Insomma, la Regola presuppone che chiunque vi aderisca debba, per prima cosa, assumersi la colpa di infrangerla! Essa funziona solo se e quando viene un giocatore a metterla in gioco, uno che si fa avanti e la de-semplifica.

La Regola non cambia mai, è sempre la Stessa. Non si complica mai, e mai si rinnega, e tuttavia la sua semplicità non può fare a meno di moltiplicarsi – in quanto ogni giocatore la «imita» da un altro, la «eredita» che è semplicissima e la lascia in testamento che è complicatissima.
L’Eterno Ritorno della Semplicità o, che è più o meno lo stesso, il Ritorno del Rimosso, si possono ideare e rendere a parole (ce ne vogliono almeno due per fare una frase!) – si possono cioè «comunicare» solo là dove vige una Regola comune, un Patto, una condivisione linguistica – o anche una «memoria», il che è come dire una Legge (simbolica, e non solo).
A ogni bambino che nasce ritorna l’Eterna Semplicità della Regola: fa’ quello che ti pare e piace! È nel corso della παιδεία che il παίς l’apprende.
L’apprende nella caverna – nella Tana del Lupo: là dove ogni bambino, come Apollo, deve rinascere dalle ceneri della sua stessa allucinazione visionaria: nascere, come Dioniso, una seconda volta uscendo finalmente dall’infanzia, ossia letteralmente dal «senza parole».

L’infante non è muto, ma i suoni che emette sono privi di senso. Solo quando pronunzia una significabilem vocem, cioè una parola significativa, cessa di essere infans (cfr. Varrone, De lingua latina, 6: 52).
Ogni bambino, per uscire dall’Eterna Pazzia a cui lo condanna la solitudine della sua allucinazione, ha solo da aggrapparsi a un lembo del Racconto che i «maestri» gli raccontano.
Facendo così, farà pure lui come fanno tutti. Farà a modo suo. A modo suo farà la Stessa Cosa che fanno tutti. Aggrapparsi all’orlo della Veste di un racconto udito nella caverna. A occhi chiusi, in totale cecità, senza nessuna immagine. Nel buio – nella Gola del Lupo.
Aumm!

E se il Lupo fosse proprio la Regola?
Se a divorarci tutti quanti fosse una sola Sintassi?
E se questa Sintassi si sforzasse di venire continuamente a capo del suo rebus, senza però mai voler veramente sbrogliare la sua matassa?
Se in ogni bambino producesse una tensione nei fili del linguaggio, tale da lasciargli «aggiungere» dell’altro all’immagine – da lasciargli vedere «oltre» l’immagine, vedere «dell’altro», Senza Immagine, solo Voce: un Terzo Occhio, un Neutro «fuori» dalla relazione di desiderio «io-tu» a cui è confinata ogni immaginazione?
Un «né io né tu», una Lei – la Luce Nera. Bisogna che il bambino in Lei riconosca la garante del Patto simbolico.

Ecco cosa vanno a fare i bambini nella caverna: a fare apprendistato di simboli. Come a dire: a fare quello che fanno gli altri, a pazziare con loro, a desiderare tutti assieme lo Stesso Desiderato, a copiarsi l’un l’altro i desideri, a rubarseli se è il caso, a fottere compagni se si è astuti. In ogni caso, come tutti gli altri, a farsi divorare dalla Regola.
O, quantomeno, a darle in pegno la propria destra. Per ulteriori informazioni rivolgersi a Muzio Scevola e dintorni.