I due tempi del Racconto

Doppio canone «diacronico»: prima dell’assalto e dopo l’assalto: prima che i demoni venissero e se non fossero venuti era tutta un’altra cosa, e dopo, quando invece a cose fatte te li trovi già in casa, che hanno invaso tutto, perfino gli angoli più remoti del ripostiglio del tuo cuore, ed ecco: ormai tu pure parli le loro parole, e vedi i loro punti di vista, e senti solo i loro sentimenti – ormai tu sei un assalito, e quando te n’accorgi, se te n’accorgi, è sempre troppo tardi.
A cose fatte, appunto.
Prima di fare una qualunque cosa, prima che qualunque cosa fosse fatta, nella verginità più primitiva del proprio essere, nessuno può essere assalito dai briganti nella notte. Se uno non esce di casa per andare a fare quella certa cosa, come fanno i demoni a sfondare la porta chiusa?
I demoni assalgono solo i fuoriusciti, o dobbiamo piuttosto immaginarci che solo i fuoriusciti possono capire d’essere stati assaliti dai demoni e scacciati di casa?

lupoSe non esce, non riesce. Se ne sta chiuso, imprigionato nel convento delle bianche stole d’Ofelia, ma non sa capire i dubbi di Amleto.
Bisogna uscire e perdersi nel bosco, per capire, non dico Dante, ma almeno Cappuccetto Rosso.
Per incontrare il lupo, bisogna che almeno un giorno nella sua vita uno esca a respirare «fuori di sé» i suoi sogni innocenti, le sue segrete immaginazioni, le parole magiche del suo alfabeto simbolico.

Solo chi perde l’innocenza, può capire i due tempi del racconto: egli sa, per averli entrambi vissuti di persona, che c’era una volta un tempo prima dell’assalto, e che ci fu, dopo, il tempo dei lupi. Un tempo per la visione accecante, e uno per la cecità conseguente.
Vennero i lupi, scannarono le pecore e si mangiarono le bambine: ecco, fu questa la tragedia! Se le mangiarono che erano ancora innocenti!
C’è chi dice: cerchiamo di non farla pesante.
Tutto quanto dipende, dice un altro, da quanti atti contempla la qui presente recita.
Dopo i lupi – domanda – non c’è nessun altro tempo?
E allora – domanda un altro ancora – quel «vissero felici e contenti» è solo una pietosa bugia? Conviene rassegnarci a tenere i lupi in casa, e buonanotte?

Assaliti dal tempo e dai suoi luogotenenti, deformati dai mutamenti, sfigurati dalla successione degli eventi, dalla serie di fiaschi e fallimenti, e tuttavia sempre in mente avendo d’essere un io solo, sempre e soltanto lo stesso io: com’è possibile che il Racconto qui non spieghi come mai e perché mai abbiamo così tanta nostalgia delle pecore e intanto abbiamo talmente fraternizzato coi lupi da essere pure noi mangiatori allupati della carne altrui?
Siamo anche noi demoni, strumenti del tempo: stiamo qui pronti ad assalire gli ultimi venuti. Ai neonati lasciamo in testamento la nostra tragedia, la nostra disperazione.
Non la stiamo facendo noi troppo pesante?

Quando i fuoriusciti tornano a casa, se ci tornano, comprendono che la casa è stata invasa, che invece della divina canzone muta che era la loro ninnananna quando erano bambini, adesso i demoni intonano parole disperate, prose accecate da mille sconfitte, frustrazioni e fallimenti.
Adesso, nessuno crede più a niente.
Ogni credenza è sempre la credenza di un altro.
Ogni credito cela sempre questo (invisibile) debito.