Cerchiamo il Soggetto della Sceneggiata

Abbiamo (di)vagato abbastanza. È l’ora di tornare alla nostra Sceneggiata!
Avevamo lasciato il Corvo alle prese con un problema che, stando al copione redatto da Ovidio, non riguarda solo l’uomo, ma affligge già il linguaggio «animale», e l’uomo non fa che trascinarselo, irrisolto (anzi: reso ancora più complicato), nelle sue lingue di babele. Un «peccato originale» che l’uomo non fa altro che «spostare» più in là: nell’aldilà della parola, nel Simbolo al di là dell’Immaginario.
Ahimé, il Corvo è «troppo loquace». Ma la «colpa» non è sua! La colpa è della sua lingua che lo costringe a dire «più di quanto non creda di dire»: a dire quel «sovrappiù» in eccesso rispetto alle sue intenzioni, che è la «materia prima» di ogni simbolo.
Il Corvo non intendeva dichiarare altro che la sua «cieca fedeltà» ad Apollo. E invece, eccolo a dire anche l’«infedeltà» della Vergine di Luce al suo divino sposo. A dire quel «di più» che confonde Apollo e lo spinge fin sull’orlo della pazzia. Anzi, a passare oltre.

Ecco dove eravamo rimasti. Che il Corvo «parla» e Apollo, solo per avergli dato ascolto, impazzisce. Come Nietzsche, Apollo ha fatto entrare un «ospite» a casa sua. La pazzia ha bussato alla sua porta, e Apollo, come Nietzsche, è stato così ingenuo da aprire e farla accomodare.
Su, entra, Corvo, e dimmi quello che hai da dirmi!
La pazzia è «da fuori» che viene! Solo lo sguardo di un «Soggetto divino» affascinato da ciò che vede, può essere così ingenuo da darle ospitalità. Così stolto da dare credito a ciò che «dice». Come Otello alle parole di Iago.
Scusate, dov’è la Luce che mi ha accecato?

Questa smania di «vedere» oltre la Luce, è essa ad aprire il «Soggetto divino» alla credulità. A tenere Apollo appeso, nientemeno!, alle parole di un corvo! A lordare il suo candore di furore e gelosia. A curvare la rettitudine della sua libidine nella prima «perversione amorosa».
Hai visto quant’è bella?
Ma no, guarda bene! è solo una sgualdrina come tutte le altre!
Maledetto Corvo, perché non taci?
È colpa tua se, ora che la sua Vergine è «morta», Apollo deve lasciare la sua isola, Delo (la Manifesta), e assentarsi per un periodo di clausura da trascorrere nella Caverna del Lupo.

Eccolo uno, avrebbe detto Platone, che nella caverna ci viene dalla Luce!
Che ci vuole a capirlo? Apollo è il «Soggetto divino» abbagliato dal sole di mezzogiorno – il Soggetto «allucinato» dalla Visione nell’Ora del Solstizio!
Apollo è l’Occhio del bambino dinanzi allo specchio! Il levarsi mattutino del Sole sopra l’orizzonte.
Ancora non cammina, e già è così bravo nel tiro con l’arco. Non me l’invento io, è il Racconto che lo dice. Dice che la mamma lo tiene ancora in braccio, e lui con le sue frecce già è capace di tenere alla larga gli spasimanti «indesiderati».

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Eccolo: è Apollo, il bambino, il παίς «in età divina», quello che cercavamo per la nostra Sceneggiata.
Cercavamo il Soggetto della Commedia Umana. Eccolo! L’idiota, lo stolto, lo stupefatto. Ha visto la Vergine di Luce, l’Accecante. E ora è così cieco che più non La vede, o se la vede, più non La riconosce.
Ora, è tutto buio. Ora che non c’è Lei, è tutto nero, è ovunque tenebra, è tana oscura. Ora – è la caverna del Lupo!
Dodici giorni e dodici notti, Apollo vi deve abitare – Apollo, come tutti i bambini, deve andare a scuola, Apollo deve fare tutta la trafila della παιδεία, Apollo deve incontrare anche lui il bivio, e a quel bivio decidersi in fretta: o la pazzia, o la pazziella!

Sappiamo com’è andata. Apollo non era così scemo da decidersi per l’una o per l’altra. Apollo le scelse tutt’e due!
Scelse la pazzia che abbiamo ritrovato là dove meno ce l’aspettavamo, in un dionisiaco di razza quale Nietzsche. Scelse la fedeltà alla Luce Innocente, la fedeltà alla Vergine Eterna. E proclamò ai suoi devoti «l’innocenza dei sensi» e l’astinenza da ogni sorta di libidine.
Ma scelse insieme anche la pazziella: scelse di rimanere l’Eterno Bambino, Quello che non vuole saperne niente delle miserie degli adulti, Quello le cui frecce vanno dritto al cuore dei problemi – perché esse prendono quella certa «scorciatoia» per cui, adesso, vogliamo incunearci pure noi.

manneken_pis

Il grido con cui i devoti acclamavano il «puer divino» (ύε ύε παιών), ovvero «piscia, piscia, tu che hai lo schizzo forte!» (intendi: pisciaci addosso, novello potente sciamano!), oltre a ricordare il «manneken pis» di Bruxelles, richiama per assonanza il napoletano «ué guaglione» (paiòn > gwaiòn ?).
È proprio vero: dal sublime al ridicolo non c’è che un passo.