La Regola della pazziella

Una «pazziella», qualunque essa sia (c’è bisogno di dimostrarlo?), ha sempre, minimo, una Regola.
La Regola del gioco è il «patto» su cui si regge la «condivisione», sia pure solo supposta, o il «coinvolgimento», parziale quanto si vuole, dei giocatori nella trama del gioco.
Non è proprio questa «condivisione» a salvarli dalla «pazzia infelice»?
Cosa c’è di più «infelice» in una pazzia, se non la sua solitudine? Cosa, se non la sua impotenza o indifferenza a comunicare, a condividere, a patteggiare, fosse anche con il Diavolo?
E già: è proprio quanto succede a Faust con Mefistofele! E, perché no?, a Eva col Serpente! Ovunque è una stessa tentazione che si ripresenta: sempre la stessa «libidine» che viene a chiedere d’essere «tagliata», e – a chi la taglia – solo questo gli raccomanda: di assecondare le nervature nascoste sotto la sua pelle. Di rispettare, in parole povere, la sua «sintassi» originaria.

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Quelli che originariamente nella caverna ci vengono dalla Tenebra, è destino che ottenebrati rimangano nella tana della loro «oscurità» agli altri. Essi non vengono a patti, e perciò dalla caverna non escono alla Luce.
Così dice Platone.
Dice che questa è pazzia senza via d’uscita: pazzia che non sa distogliere lo sguardo dai suoi fantasmi – pazzia, dunque, ricca di immaginazione; ricca di quella ricchezza che le impedisce però di passare per la cruna dell’ago.
Bisogna, al contrario, essere molto «poveri» di Se Stessi, poveri e mendicanti, per darsi alla «parola mendace» di un qualunque «patto» simbolico.
Ecco perché solo i «cammelli» giocano a infilarsi nella cruna dei racconti! È così che dice, più o meno, il Vangelo.
Dice che c’è una «pazzia felice» che ha già attraversato mille deserti, prima di precipitare dalla Luce Vergine di un paradiso nell’inferno degli echi di questa nostra caverna: una pazzia felice di darsi a un «patto», felice di pattuire, felice di allearsi «a occhi chiusi» coi demoni che le parlano all’orecchio, pur di trovare una via d’uscita.

Tutto quanto una «condivisione» richiede è solo un cambio di registro, un passaggio dall’Immaginario al Simbolico. Dal dominio degli occhi a quello delle orecchie. Dal regno dei fantasmi, a quello dei cieli dell’Invisibile!
Più si trattiene nella fascinazione solitaria dell’Immagine che l’ha stregato, più il bambino «impazzisce»: si rifiuta a qualunque patto o pazziella, perché non vuole rinunciare alla pietra «dispari» del suo tesoro, all’Impareggiabile che sempre gli rimane «senza» partner con cui scambiarsi una somiglianza.
Egli non ascolta! Il bambino «vede», eccome se vede! – ma è ancora trattenuto nello sguardo di medusa della sua Vergine di Luce. Pietrificato dalla sua pietra preziosa, il bambino La vede, ma non la «riconosce».
Vede sempre e soltanto l’Ombra della Luce, e della Luce sa solo quel poco che Essa gli ha illuminato. Era appena una scintilla, e lui – il pazzo infelice – pensa che è tutta la luce di tutti i paradisi.
Aver visto bianco dal bianco sbocciare, non basta per dire: ecco, vengo dalla Luce. Bisogna, dice Platone, saper riconoscere, trovare una «somiglianza» a quello che si vede, e allora sì che è possibile parlare di una «conoscenza».

Parlare.
Parlare è tutto il gioco umano.
Vivere e raccontarsi la vita: è tutta la sola e unica Regola su cui si regge ogni pazziella. E poco importa se alla Regola non fanno che opporsi sempre nuove eccezioni. Anzi: sono proprio quelli i casi «eccezionali» in cui la sua Gemma Nascosta brilla più che mai.
La gemma è nascosta nella Parola.
La Parola è l’Invisibile Scrigno della Luce Vergine: per aprirlo, ai bambini chiede solo d’essere «pattuita» a occhi chiusi – perché, se c’è un occhio che vede, se c’è l’occhio di un bambino che ancora non si addormenta, vuol dire che il Racconto non gli «funziona».
Vuol dire che i suoi fantasmi non sono «funzioni» di nessun Invisibile di cui ha sentito raccontare nella caverna.
La Parola non lo prende. La Parola non viene a prenderselo. La Parola non l’incanta – neanche quando è una parolina magica a cui basta dire: «sii!», e subito «la cosa è».

Essere, è l’abracadabra.
Se c’è qualcosa che non è immaginabile, qualcosa di invisibile per definizione, è l’«essere», il Verbo, il Principio del Gioco Linguistico.
La parola «essere» è il più povero dei cammelli: non significa niente, e perciò si sposa con tutte le altre parole (anche quelle, ancora a venire).
La sua «insignificanza» ne fa l’Ape Regina dell’alveare di tutti i nostri sensi: semplici o doppi che siano.
Entrare nell’Essere o entrare nella Parola – è più o meno la stessa «cosa» a cui basta dire: sii! – ed eccola qua. È la Regola di tutte le pazzielle. Anche della qui presente, ovviamente!infinito2

La Regola ai giocatori non è «oscura», che a posteriori.
Sarà pure paradossale, ma è così: la Regola è evidente a tutti i bambini finché l’«oggetto» della loro pazziella è ancora all’afelio della loro orbita, e viceversa, quando ne giungono al perielio l’«oggetto» si brucia, va in fumo e si oscura, perché troppo vicino al fuoco della sua Sorgente.
Perciò, se c’è un momento buono per enunciarla, è adesso – prima che il gioco che Essa «regge», invece di spiegarsi, finisca inesorabilmente per perdersi in una delle tante pieghe che, a ogni parola, può prendere il filo del Racconto.

La Regola non può essere, da subito, complessa – nel qual caso attirerebbe solo pochi «eletti» nel suo gioco.
Ma non può essere neanche semplice – se non di una semplicità che, da subito, si raddoppi, s’intrecci, si de-semplifichi.
E perciò Essa contempla il «minimo numero» di canoni – il che significa che le bastano o due canoni per «numerare» le sue differenti Figure, o due mezze parti di Se stessa per «denominare» un Canone – insomma: due gemelli per fare un Equinozio, o due equinozi per fare un solo Cielo.
Ecco perché la chiameremo (provvisoriamente?) la Regola del doppio canone rovesciato.
Essa richiede, in principio, una sola «opposizione» (basta che il bambino si sia messo una volta di fronte allo specchio, per sapere di che si tratta).
In principio, richiede solo uno «star di fronte», un minimo «fronteggiare» (io-tu, per es.; bocca-seno, ecc.). E tanto basta per celebrare un trionfo. Basta e avanza per una «esaltazione» del bambino.
Di modo che, al bambino, basta un «minimo errore» (la differance, direbbe Derrida) per entrare nel gioco degli inganni, nella trappola delle menzogne (la Mente non è fatta forse per mentire?), sul fondo del vaso di Pandora, ove nessun’altra speranza resta allo stolto Epimeteo che di sbattere il muso su un lapsus o un quiproquo qualsiasi che lo rimandi a capo.
Alla Gemma Nascosta della sua sintassi simbolica.