Pazzia e pazziella – un abbozzo etimologico

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Hyeronimus Bosch – La cura della pazzia (particolare)

C’è chi, la parola «pazzia», la fa derivare dal latino patior, intendendola come una «passione» smodata, un’affezione morbosa del pathos, un suo «eccesso», un’esagerazione, e dunque una patologia. Altri invece hanno ipotizzato una sua derivazione dall’antico alto tedesco parzjan o barzjan (infuriare): ipotesi però che urta contro quella «r» in più presente nel tema.
È curioso il fatto! Si parte dal significato recente della parola per risalire alle radici. Non si dovrebbe fare all’incontrario? e cioè dalle radici riscrivere la storia dei mutamenti e delle fluttuazioni di senso che la parola ha incontrato nei secoli, fino a prendere (solo «ultimamente») il significato con cui oggi la usiamo?
Ipotizzando per «pazzia» un senso originario già vicino all’attuale, si toglie alla sua «radice» il diritto di raccontarci, essa, la sua «storia»: gira e rigira, la si spinge a significare più o meno quello che significa oggi. Anzi, alla radice di «pazzia» non si chiede neanche di avere una «storia», perché sappiamo già cosa ha da dirci! Ci dice di una malattia! di un pathos che va «curato»! di un «furore» che dev’essere a ogni costo «sedato»! e poi?
Poi, nient’altro!
È solo il caso di chiamare il dottore! don Chisciotte non sta bene!

Eppure, non ci vuole un grande esperto di etimologie per sentire l’assonanza che c’è tra la nostra «pazzia» e il verbo greco páizo (παίζω).
Andiamo dunque «a orecchio», e vediamo dove questa «pazziella» ci porta!

Il verbo παίζω (gioco, scherzo, mi trastullo – ma anche: danzo) orbita, non c’è neanche bisogno di dirlo, intorno al nome παίς [cfr. indoeuropeo po(u), latino puer = figlio, fanciullo, bambino]. Il verbo non può dunque significare altro che un modo d’essere proprio del παίς!
È proprio del παίς «pazziare», giocare, prendere alla leggera, storpiare e ridicolizzare ad arte (sia pure involontaria) le «cose serie» degli adulti. Non c’è «furore» in tutto questo! c’è sì della «perversione» (il bambino «perverte» ogni cosa che apprende, la fa «sua», se ne appropria solo distorcendola a suo uso e consumo immaginario), ma niente c’è di più innocente, di meno falso e malizioso, di questa sua vocazione all’insensatezza – a trarre via il senso dalle «cose sensate» che l’adulto gli propone.
Niente dunque a che vedere con qualcosa di «morboso»! perverso sì, ma non malato – è il modo infantile di «pazziare» e pazziando di apprendere tutto ciò che di «sensato» incontra lungo la via.

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Hyeronimus Bosch – La cura della pazzia

Solo nel caso in cui il soggetto del verbo non è più un bambino, ma un adulto – quando cioè a «pazziare» non è il suo soggetto «interno» (un ragazzino, un παίς), ma un adulto che si attarda in atteggiamenti puerili, solo allora le cose cambiano.
Se a «pazziare» è un bambino, tutto a posto: è solo una «pazziella» (si può forse dubitare che pazziella, «gioco», è in stretta relazione con παίζω?). Ma se è un adulto, c’è qualcosa che non va! c’è un bambino che non è cresciuto, uno che a dispetto della sua età si comporta, né più né meno, come un «ninnillo» all’asilo d’infanzia: allora di lui si può dire che è ancora al primo grado di παιδεία, ancora in παιδεία, ancora in «pazzia»!

La pazzia, a quanto pare, per un greco antico non era che un’«educazione prolungata»: un modo d’essere ancora bisognoso di παιδεία. Una pazzia, appunto! – perché comporta un’«infanzia» che insiste a pazziare coi suoi giocattoli immaginari, e non si decide a passare l’esame di primo livello della παιδεία.
Questa, signori, è παιδεία permanente! È pazzia, letteralmente!
Sul bambino non è cresciuto (non quanto doveva) l’uomo! La παιδεία non ha dato (non ancora, perlomeno) i suoi frutti. Bisogna insistere – chissà fino a quando!
Quel disgraziato di don Chisciotte ancora confonde immaginazione e realtà!
Su, presto, chiamate il curato e il barbiere!
Murate le porte della biblioteca! Fate presto! il bambino ha letto troppi libri, e ha ascoltato troppi racconti.
E da allora, chissà perché, non è cresciuto che nel corpo.
Il suo sguardo, invece, è rimasto fisso chissà su quale immagine, chissà dove e quando.
E la sua parola, la parola di don Chisciotte, ancora continua a prendere tutto «a pazziella».

Proviamo ad azzardare questo: la pazziella è uno «sguardo infantile» sul mondo. Quello sguardo così ingenuo da trovare il mondo «divertente»: da chiedere cioè al mondo di «divertirlo» dall’Occhio della Medusa!
Ma chi sarà mai il detentore di quest’Occhio? per caso l’Es di Freud? un qualunque Polifemo? o semplicemente il Mammone?
Solo gli adulti sono così impelagati nella «parola», da credere che essa basti ad accecarlo. Magari, definitivamente.