C’era una volta un uomo

C’era una volta un uomo …
Comincia così Timore e Tremore di Kierkegaard – comincia dicendo: C’era una volta un uomo che quando era bambino …
Nientemeno un libro di filosofia può concedersi l’esordio che da sempre è appannaggio delle favole! La semplice chiave di un «c’era una volta» può dunque bastare ad aprire le porte della Sapienza? È mai possibile?

kierkegaard
Soren Kierkegaard

C’era una volta un uomo che quando era bambino aveva sentito un certo racconto …
Un uomo poi è cresciuto su quel bambino. Il bambino s’era perso appresso al racconto di Abramo. Quell’uomo, tuttora, nell’incantesimo di quel racconto è costretto a immergersi – se vuole riprendere il filo dei suoi pensieri. Ancora, quell’incantesimo infantile è chiamato a riprodurre su se stesso. Perché esso fu l’inizio. E adesso l’uomo, l’adulto cresciuto su quel bambino, solo il suo pensiero iniziale ha da ricostruire. Soltanto la sua storia, ora ha da riscrivere. Ha da raccontarla.
E come? se non seguendo la traccia del racconto, per la cui porta da bambino entrò nel Racconto Umano?

I bambini sanno incantarsi a sentire i racconti. Se gli adulti invece non se ne fanno incantare, è solo perché amano farsi ingannare «realmente». Solo perché vogliono farsi «veramente» del male. E farselo a loro insaputa. Gli adulti non vogliono sapere della loro eterna adolescenza.
E allora, su, proviamo a dirglielo in quattro parole!
Il copione della qui presente Sceneggiata per ora contempla: Nietzsche che fa la parte del Pazzo, e Lacan quella, ovviamente, del suo Dottore.
Che qui c’è un trucco, i bambini se ne accorgono subito. Ma agli adulti è necessario sillabarlo a spizzichi e bocconi. Il trucco è che i due ruoli (del Pazzo e del Dottore), dati i due interpreti scelti per l’occasione, si rivelano da subito traballanti: voglio dire che oscillano talmente che, per certi versi, è difficile dire se non è esattamente tutt’il contrario di quel che il copione dice: e cioè che, a volte, Lacan è talmente Pazzo da credersi Dottore della Pazzia, e dal canto suo Nietzsche è talmente Esploratore delle Vie della Mente per le quali finirà per smarrirsi, che ne sa sempre lui una più del Dottore che lo prende in cura! Sempre una più del Diavolo, di cui è incaricato di fare la parte nella qui presente Sceneggiata.

Ma com’è? non si stava parlando di Apollo, del Corvo e della Vergine?
Proprio così.
Adesso prendi quei due o tre frammenti che del Racconto fin qui raccontato ti sono rimasti in mente. Tagliali via dal loro «contesto»! Strappali dalla trama a cui la Tradizione li ha incatenati, e prova a connetterli ad altri fili, ad altre storie, altrettanto frammentarie e non meno incompiute (almeno a quel che ricordi). Lascia che tra di loro essi, i frammenti, s’intreccino a loro piacimento, se e quando e dove trovano un frammento a cui connettersi.

Bisogna che l’adulto richiami in vita i fantasmi che l’incantarono da bambino, se del Racconto vuole fare l’uso che ne fa Kierkegaard – usarlo per raccontare il filo dei propri pensieri, sempre oscillanti tra pazzia e guarigione.

La «cosa», lo so, a prima vista pare forzata.
Perciò mi vedo costretto, agli adulti, ad «anticipare» qualcosa del finale della qui presente Sceneggiata – se no, quelli, si perdono anzitempo.
Chiedo scusa ai bambini per la parentesi, ma è necessaria.

[Dalla Vergine nascerà Asclepio, il Guaritore. Dalle nozze bastarde della Vergine col Traditore, nascerà il Dottore, lo Stregone, Quello che batte i sentieri degli Spiriti, Quello che Respira la Loro Parola. Nascerà insomma l’Elia Artista, la cui sapienza per due terzi è passata a quelli della Stirpe di Eliseo e di Lacan.
All’opposto invece il luminoso abbagliato Apollo sarà (momentaneamente) accecato: per dodici giorni (i dodici giorni del Lupo) la sua luce sarà oscurata, il dio perderà la testa, impazzirà di gelosia, creperà di rabbia – sarà dunque Lui, il dio Apollo, a fare la parte del Pazzo.
Voglio dire che da sempre i due Personaggi hanno bisogno l’uno dell’altro per avere un posto nel Racconto.
C’è chi, per farsi riconoscere dal mondo, ha bisogno, almeno a momenti, di impazzire. E chi invece ama farsi vedere mentre cura i pazzi.]

Ci siamo connessi al Racconto Umano in un punto qualsiasi: i corvi neri nel delirio di Van Gogh.
Un frammento a caso.
Il copione non è poi così complicato: ogni inizio è nel «mezzo del cammino» del Racconto Umano, un passo del Libro, una Parola.
È qualcosa di Semplice (di Casto, di Vergine) che non fa altro che dannarsi l’anima a de/semplificarsi una continuazione.

Esempio: alla favola basta il «c’era una volta» per aprire il racconto, mentre a uno come Kierkegaard occorre un’«aggiunta» del tipo: c’era una volta un bambino che si faceva incantare da un c’era una volta ancora più antico di quello delle favole.
Insomma: il Racconto comincia che il Narratore racconta di essersi messo al seguito di un racconto udito da bambino.
Come dire: non si esce dal Racconto Umano. Essere al mondo, è essere fuori, nel Racconto, fin dalla prima parola appresa.
La pazzia è fuori, nelle parole del Racconto. Anche la sua guarigione, per forza, non può che essere là fuori.
La Guida all’Arte della qui presente Messinscena, è essa pure consapevole d’essere là fuori – intrappolata pur essa nei giochi di prestigio e nei tarocchi dell’inconscio (ma chi sarà mai? – dio, il Si anonimo dei si dice e dei si racconta, o l’ultimo Mefistofele nichilista?).