La Vergine e il Corvo

corvoOgni pazzia è «vergine» finché vola alta – finché rimane all’altezza dei suoi «fumi», la qual cosa press’a poco dura finché non tramonta l’Ora, che dico?, l’effimero Istante del suo Solstizio.
Ciò che è «vergine», a quanto pare, è destinato a rimanere sterile. Qualcuno, prima o poi, dovrà pur dirlo ad Apollo. Qualcuno dovrebbe dirgli che ogni desiderio arde, e il suo ardore brucia, e il suo bruciore s’infiamma e per un istante avvampa così incandescente che tutto ciò che illumina come d’incanto appare vestito di un candore tale che tutto il mondo, in quell’istante, di se stesso si stupisce. Tutto è meraviglia, là – in quell’istante, nella luce «vergine» di quel mezzogiorno, tutto è miracolo.
E tuttavia, qualcuno dovrà pur dire al dio che tutto questo suo miraggio non gli darà mai un frutto, a meno che un resto non ne sopravviva, e finché quel resto il dio non lo pianti in un giardino, e a condizione che la terra di questo giardino sia fertile. Di modo che, avendolo accolto nel suo grembo, la terra del giardino ne partorisca un «figlio»: un medico, un guaritore, un salvatore che salvi tutti gli «stupidi» a venire dal rimanere reclusi nella sterilità del loro miraggio.
O, il che è più o meno lo stesso: nella verginità della loro pazzia.

Luce di mezzogiorno, sei tu – dimmi, sei tu Apollo che fai impazzire questo stolto di van Gogh – lui, come Te, alla ricerca della luce senz’ombra?
Dove sei più, castità? – dove, mia innocenza?
Dove ti nascondi, mio candore, se perfino al fiuto di un dio il tuo «profumo» prima o poi svanisce?

«Il cuore dei visionari è come una lampada alla cui luce si vede un mondo invisibile», disse Bayazîd Bastâmî. Ma che succede quando il loro cuore non si rassegna all’evidenza che la luce di quella lampada non è eterna?
Dov’è la luce che non tramonta? – dimmelo, tu – Tu che luce sei, luce di mezzogiorno, luce senz’ombra!
Mia dea, dimmi: dov’è la tua luce vergine che io più non vedo?

Il massimo della luce, qualcuno l’ha già detto, è anche l’inizio del suo occultamento.
C’è, nella necessità della Luce, questo «curvare», questo declinare, questo suo piegarsi a una soglia, a un limite, a una zona d’ombra.
E c’è, nella natura dell’Occhio umano, un punto di saturazione, oltre il quale non prende che abbagli.

Il sole del Solstizio, a mezzogiorno in punto, lascia che Apollo si specchi per un istante nella Vergine Eterna, e che la luce dei suoi occhi nel candore della Santa Icona si accechi, in modo da secernere, come dice il Poeta, «bianco da bianco». È solo lo choc di un istante. Quanto basta però perché il dio, uscendo dall’accecamento, ottenga il resto di un’immagine. Al dio resta l’immagine della Vergine che lo choc ha miracolosamente «fuso» con quella «carnale» di Coronide.

La luce bianca del Solstizio confonde agli occhi di Apollo l’Immaginatrice (la Vergine) e l’Immaginata (Coronide). L’una con l’altra, l’una nell’altra, o l’una sopra l’altra: dipende solo dalla prospettiva da cui il dio, da buon Narciso, si guarda nella nebulosa di luce bianca che l’avvolge.

Ma, eccoci al punto: tutto questo sproloquio sulla perdita della «verginità» della Luce, a un «greco antico» bastavano due «parole» (Vergine e Corvo), per dirlo. Due parole che, dette in italiano, non ci dicono più niente.
Senti invece in greco come suonano: κόρη e κόραξ. Quantomeno, abbiamo a che fare con un’assonanza. Ma c’è di più: c’è che entrambe le parole vengono dalla radice indoeuropea *ker (cfr. latino crescere, creare), che in greco ha dato il verbo κορέννυμι, di solito tradotto nel senso di saziare, riempire fino all’orlo, fino al limite, portare a saturazione, nonché giungere al massimo della «crescita», essere in grado di «creare» altro, di traboccare.
La κόρη è dunque la Vergine ormai matura per essere creativa. Ma per essere creativa di fatto essa deve «piegarsi» alla congiunzione con l’Altro. Questa «piega» che la verginità deve prendere quando è «satura», quando cioè è «cresciuta» al punto di poter «creare», è il κόραξ nel suo becco a disegnarla.
Il becco del corvo disegna infatti, alla lettera, la curva che sul più bello il Racconto non può fare a meno di prendere («corvo» e «curva» vengono sempre dalla suddetta radice *ker = curvarsi, piegarsi), dovendo raccontare che il più bello ha di necessità un tempo limitato, dopo di che deve per forza scemare.
Anzi, a pensarci bene, il Racconto è, esso, il corvo necessario a ogni vergine, per farla scendere dallo zenit della sua inviolabilità e venire qui in terra a partorire altri racconti ancora. Il Racconto deve infatti ogni volta prendere su di sé il laido, il lurido, l’orrido implicito nella perdita d’ogni «innominabile». Ogni racconto è il κόραξ di una κόρη: la declinazione a parole di un crimine di cui le parole non possono fare a meno di macchiarsi, quando s’azzardano a parlare (anche troppo!) della loro Madonna.
Bugie, le parole non possono che raccontare bugie a proposito della loro Madrelingua – perché, come dice il Racconto, l’Immaginatrice, la Vergine di Luce, rimane eternamente là, allo zenit del suo mondo invisibile, avvolta nell’abbaglio del Solstizio che eternamente allucina Apollo.