Apollo aveva la gola secca

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Non ci crederete, ma Apollo aveva la gola secca.
«Corvo, vammi a prendere un po’ d’acqua alla fonte!», disse.
E il corvo andò, ma si fermò per strada. Si appollaiò sul ramo di un albero e di lì si mise a contemplare la Vergine. Il corvo s’incantò a guardarla. Il corvo fu ammaliato dal miracolo di tanta bellezza.
Apollo aveva la gola secca, e il corvo tardava a portargli l’acqua.

Fermiamo l’immagine!
La Vergine, il Corvo e il Cratere (che tarda a riempirsi d’acqua) sono ancora visibili nei nostri cieli notturni. Sono le tre costellazioni che una volta «portavano il tempo» (segnando inizio e fine) della stagione secca. A quei tempi (era l’Età dell’oro!) la Vergine sorgeva al solstizio d’estate, seguita dal Corvo al culmine della siccità, e infine dal Cratere che portava le prime gocce di pioggia.
Niente acqua, niente pioggia – mio caro Apollo! finché il corvo non farà ritorno dall’«incantesimo» della Vergine, mio caro dio, tu patirai la sete!

Ma insomma il nostro corvo cos’ha da guardare? quale spettacolo gli è caduto sotto gli occhi costringendoli a vedere quello che era meglio non avessero mai visto?
Sì, va bèh, videro la Vergine!
Ma questo che vuol dire?
D’accordo, videro la più bella del Reame!
Ma sapessi quante volte a quanti uccelli succede una cosa del genere!
Insomma, ci dev’essere dell’altro in questa storia – qualcosa che ancora non ci è chiaro. Qualcosa che gli astrologi (Arato e Eratostene) non dicono: un dettaglio, diciamo così, che essi ignorano o danno per scontato o ritengono irrilevante. Lasciamo perdere!

È Ovidio – è il Poeta che ci viene in soccorso.
Il Poeta ne sa sempre una più del diavolo. Il Poeta parla la «lingua degli uccelli», nessuno escluso. E dunque: Ovidio sa, Ovidio conosce le «ragioni del corvo» che, poi, sono a occhio e croce le stesse che Pascal chiama le «ragioni del cuore». Vattelapesca!
Ovidio, tanto per cominciare, ci dice il nome della Vergine. Ci dice che si chiamava Coronide e che era la fanciulla più bella del suo Paese. Così bella che di lei subito s’innamorò Apollo.
Apollo – ci tiene a dire Ovidio – di lei amava il candore, l’innocenza e l’immacolata castità. Coronide era ai suoi occhi «luce bianca»: era la luce e insieme l’illuminata che questa luce faceva balenare nell’empireo della sua «divina» mente. L’Immaginatrice e la sua Immaginata – colte nell’atto stesso del loro reciproco sdoppiamento. Là dove l’una partorisce l’altra, e viceversa. Anche il corvo era «candido» a quel tempo. A quel tempo tutti gli uccelli erano ancora «bianchi». Poi successe qualcosa. Successe quella cosa che noi qui siamo curiosi di sapere.

Ebbene, successe un «adulterio» (parola di Ovidio!).
L’adolescente divenne adulta. Successe che il «profumo» del suo candore evaporò – che si separò dal corpo di Coronide, e ascese in cielo dove divenne la costellazione della Vergine.
In cielo ascese la Vergine, il piede dell’Immacolata si levò sopra il mondo, e qui in terra non rimase che il «corpo» adulterato di Coronide.

Sta scritto nelle parole: l’adulto non odora più d’innocenza. Il desiderio si fa «corpo» di questa evanescenza – in cui s’immola ogni verginità.
L’Immaginata si separa allora dalla sua Immaginatrice, per unirsi (e dunque contaminarsi) carnalmente con le immagini del mondo «adulto». Come dire: per andarlo a impregnare del proprio «olio», per ungerlo del proprio anelito o desiderio, la Vergine finisce per evaporare. E sale, sale, sale […]

È su questo «salire», su questo «elevarsi» (sempre più su) che qui ci conviene sostare un momento. Perché qui di nuovo al cielo (e ai suoi movimenti epocali) dobbiamo rivolgerci per informazioni.
Se spostiamo indietro di un quarto d’ora le lancette dell’orologio cosmico, se cioè riportiamo le costellazioni alle posizioni che occupavano nell’Età dell’oro (all’incirca 6000-8000 anni fa), l’«elevazione» della Vergine ce l’abbiamo dinanzi agli occhi. Ma quale metafora? la Vergine sorgeva allora (il che significa che «spariva» dai cieli notturni) al solstizio d’estate, al culmine cioè della «danza» con cui il sole oscilla a nord e a sud dell’equatore.

Allora tutti gli uccelli erano bianchi e immacolati. Allora gli uccelli volavano alti. Allora il sole di mezzogiorno produceva luce senz’ombra sulle piramidi d’Egitto. Allora gli incroci equinoziali di zodiaco ed equatore «cadevano» sulla Via Lattea. E lungo quella Via, allora, gli dèi andavano e venivano dal nostro mondo.
Nel giorno del solstizio, a mezzogiorno, la Vergine (la luce senz’ombra, la luce bianca, la luce immacolata) passando per la cruna senz’ago della sua invisibilità inviolata, veniva incontro lassù al suo «promesso sposo» Apollo. L’Immaginatrice, allora, inviava ad Apollo l’immagine di pura «luce bianca».
Coronide, ci ha detto Ovidio, è il nome di questa immagine in cui Apollo s’imbatteva nell’Ora del Solstizio, vedendovi riflessa la sua propria castità eterna.
Detto in altre parole: sul corpo di Coronide l’Immaginatrice scrive l’icona in cui Apollo fiuta l’odore della sua propria verginità.

Ma che fine fa questa «verginità» una volta sverginata?
Bella domanda!
Gli antichi dicevano: «Evapora! Tutto qua!».
Dicevano che il profumo svanisce, e che l’«olio benedetto» dell’adolescenza è solo un ricordo del passato. E dicevano che ogni immagine sfoca e, se non ci pensa la Vergine a rivivificarla, non c’è più niente da fare!
Ecco perché Virgilio (Egloga 4) annuncia: iam redit et Virgo, Saturnia regna. Dice che sta per tornare la Vergine, dice che sta per ricominciare l’Età dell’oro. In verità, Virgilio dice solo una mezza verità – perché la Vergine, ai suoi come ancora ai nostri tempi (Età dei Pesci), sorge all’equinozio d’autunno. Essa, dunque, non sorvola più le piramidi d’Egitto: la luce bianca del solstizio adesso cade nei Gemelli. E tuttavia, per il solo fatto che la Via Lattea torna a rifluire da uno dei quattro angoli del mondo, anche la Vergine torna a essere creativa. Torna, adesso che la costellazione «tocca terra» (è discesa infatti all’altezza dell’equatore) torna e ci porta il frutto della verginità perduta. Torna e, come Virgilio annuncia, porta in dono al mondo il Bambino.

Virgilio sa che, da quando la Vergine è stata sverginata, è passato un quarto d’ora nell’orologio cosmico. Un brutto quarto d’ora, non c’è che dire: circa seimila anni di assenza. Però, dice il Poeta, la Vergine che era svanita, adesso ritorna. Torna l’Immaginatrice a far fluire immagini di luce bianca lungo la Via Lattea. Immagini nuove, immagini fresche, immagini infantili. Di nuovo, immagini iniziali dell’Inizio (del mondo).

Ma il corvo, in tutto questo andirivieni di «verginità» su e giù per la sfera celeste dell’immaginazione umana – il povero corvo che c’entra?
Qual è la «colpa» di cui si macchia – se è da sé che l’adolescente si fa adulta e Coronide si concede al primo venuto?
Il corvo, dice Ovidio, è stato troppo loquace. Ha detto più di quel che doveva dire. Il corvo è stato testimone casuale dell’adulterio di Coronide. Nessuno obbliga il corvo di andarlo a dire ad Apollo. È lui che si sente in obbligo di testimoniare la sua fedeltà al dio.
Questa è la sua «colpa»: svelare ciò che dovrebbe tenere nascosto, dire ciò che farebbe bene a tacere, scoprire là dove sarebbe meglio coprire, mostrare ciò che andrebbe occultato, e via dicendo.

Il corvo non mente. Il corvo dice «troppa» verità. Il corvo dice la verità nuda e cruda. Il corvo non finge. Il corvo è sincero, fin troppo. Il corvo si fa messaggero delle verità più crudeli, delle più amare – quelle che vengono a smentire sogni e illusioni: quelle del «risveglio alla realtà» (sic).
Ora, la faccenda comincia a diventarci un po’ più chiara.
Ma suppongo che abbiamo appena cominciato a toccare un vecchio nervo scoperto.
E già, se ci pensi: il corvo è loquace, il corvo è chiacchierone. Non si racconta lo stesso di Eco? (prima o poi aprirò per forza questa parentesi { … }