Quando gli uccelli ebbero il flauto

pentola-magicaIn Sudamerica si racconta che, un giorno, un oggetto meraviglioso discese dal cielo: era una pentola «tutta decorata»; i bambini fecero a gara ad acchiapparla, ma appena la scoperchiarono, la pentola si sollevò e portò via con sé in cielo i bambini.
Udendo le loro grida, la madre dei bambini accorse, ma riuscì a stento ad afferrare la gamba di uno di loro. La gamba si staccò e dalla ferita sgorgò un lago di sangue, in cui vennero a bagnarsi gli uccelli. Da allora essi hanno un mantello colorato, mentre prima era bianco.

In altre narrazioni a essere smembrato è il corpo della Luna o quello del Demiurgo. Il sangue della Luna, si racconta, in illo tempore era di tutti i colori e perciò il piumaggio degli uccelli che vi fecero il bagno copre tutta la gamma cromatica!
Oppure si racconta che, essendo il Demiurgo in punto di morte, gli uccelli accorsi al suo capezzale finirono per macchiarsi del sangue che sprizzava dal suo corpo, tingendosi chi di un colore chi di un altro. Solo il corvo, raccontano i Matako, non fu colorato, ma insozzato dalla lordura che usciva dall’ano del Demiurgo.

Il più delle volte, il corpo fatto a pezzi è quello del serpente, che certe tribù amazzoniche chiamano affettuosamente Zia Arcobaleno. È dal suo corpo ucciso e smembrato, si narra, che ebbe inizio il mondo dei colori e dei suoni. A ogni uccello fu concesso un pezzo del suo corpo, e ciascuno prese il colore del pezzo che aveva ricevuto.

sciame-uccelliL’airone bianco prese il suo frammento e cantò: â â.
Il maguari fece lo stesso e cantò: áo áo.
Il soco pose il suo pezzo sulla testa e sulle ali e cantò: koró koró koró.
Il martin pescatore mise il frammento sulla testa e sul petto, dove le piume divennero rosse, e cantò: sê txê txê txê.
Poi fu la volta del tucano che coprì il petto e il ventre, dove le piume sono bianche e rosse, e disse: kîón hé hé.
Un lembo di pelle rimase attaccato al suo becco che divenne giallo.
Poi fu la volta del mutum che mise il suo frammento sulla gola e cantò: hm hm hm, mentre la narice gli diventava gialla.
Ci fu poi il cujubim a cui il frammento colorò di bianco la testa, il petto e le ali, e che cantò: krrr, come da allora fa ogni mattina.

Ciascun uccello ebbe così il suo colore, quello che ancora custodisce come una reliquia del corpo di Zia Arcobaleno. Ma ebbe anche il suo «flauto», il suo verso caratteristico che lo distingue dagli altri uccelli.
Solo il corvo non ebbe né l’uno né l’altro: al momento della spartizione del corpo della Donna, il corvo giunse in ritardo essendosi fermato per strada a fare una certa cosa; sicché invece di colorarsi, le sue piume si sporcarono dello sterco nero uscito dall’ano della Donna o si coprirono della fuliggine che ne imbrattava il corpo, e invece di cantare, invece di suonare un flauto, la sua voce fu condannata a gracchiare.